L’ultima stagione di Alfredo all’alpe
- 24 ott 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 9 apr
A tu per tu con Alfredo Guscetti, sceso qualche mese fa per la trentesima e ultima volta con le sue mucche dall’Alpe Cristallina. Un racconto fatto di fughe, incidenti e motociclette che sembra uscito dal copione di un film.

«La prima volta che mi hanno mandato in Cristallina avevo 8 anni, ai tempi in cui l’alpe era ancora gestito dai Giudici di Giornico. Mi ci avevano spedito per “farmi fare giudizio”, ma una domenica mattina sono scappato e sono tornato a piedi fino ad Ambrì. E niente, al pomeriggio mio papà mi ha portato indietro. Mi ha lasciato sopra Ossasco e mi ha detto “Vai, quello è il sentiero!”».
Questo è l’inizio della storia di Alfredo, nato ad Ambrì all’inizio degli anni ‘60 nella più classica delle famiglie contadine: il papà teneva le mucche e le mandava in Piora, così come facevano il nonno e il bisnonno. La sua è una storia fatta di tanta gavetta, di tanto lavoro e di un senso innato di libertà e di indipendenza che non gli ha forse sempre facilitato il percorso, ma del quale va fiero. A 11 anni lo troviamo già in Piora come pastore, per poi spostarsi alcuni anni dopo all’alpe Tom a curare le manze e tornare infine in Piora come aiutante. Il tutto sommato ai lavori nell’azienda di famiglia. Di scuola agricola, nemmeno parlarne.
«A Mezzana ho fatto 8 mesi e poi mi hanno mandato via. Diciamo che ero un po’ indisciplinato, o forse anche qualcosa di più. Ho fatto solo le elementari e le maggiori, poi ho imparato tutto quanto lavorando. A casa era dura, il papà non ci lasciava dormire tanto e a 5 anni eri già capace a mungere. Ho sempre pensato che le cose si imparano facendole, non sui banchi di scuola!»
«Se i lavori sono da fare, li si fa e basta»
Nel 1995 Alfredo concorre vittoriosamente per l’affitto dell’Alpe Cristallina, di proprietà del Patriziato di Giornico ma situato in Val Torta, una laterale della Bedretto. Sarà l’inizio di una lunga storia che lo vedrà salire e scendere dai vari corti, spesso in piena notte o in corsa, rincorrendo i lavori da fare, col sole e con la neve, gestendo oltre 60 mucche da latte e smerciando centinaia e centinaia di forme di formaggio ogni anno. Con non poche soddisfazioni, tra cui la medaglia di bronzo ai Cheese awards dell’anno scorso.
«Se penso ai 30 anni passati lassù, vedo solo cose positive. Non posso lamentarmi di niente, anche se talvolta è stata dura, soprattutto finché facevo tutto da solo e mi dividevo tra il fieno in piano e il formaggio su all’alpe, spesso con i due figli al seguito. Una grande, grandissima mano l’ho ricevuta da mio papà Augusto, oggi 96enne e che fino a 88 anni mi ha sempre aiutato in stalla, con la fienagione o a fare legna. Lui è davvero stato il pilastro dell’azienda. Ad ogni modo, non ho mai fatto niente malvolentieri: se i lavori sono da fare, li si fa e basta. E se erano da fare, era perché lo volevo io. Inoltre, ho sempre avuto dei bravi operai. I tre bergamaschi di quest’estate, poi, sono stati il non plus ultra. Dicono che se uno riesce a lavorare per un anno da me, col mio carattere, potrà andare a lavorare dove vuole. Spero per loro che sarà vero».
Alfredo è descritto da più parti come un burbero, con un carattere a dir poco difficile. Voci di corridoio narrano addirittura di permessi per la costruzione della nuova stalla che tardavano eccessivamente, di un funzionario che non voleva incontrarlo e di una scrivania bellinzonese scaraventata per aria.
«So cosa dicono di me, ma me lo tengo stretto, dato che l’attacco è la miglior difesa. D’altronde, il leventinese è sempre stato un po’ scorbutico. Io, se devo mandare qualcuno a quel paese, lo faccio e basta, senza pensarci due volte. C’è chi dice che è difficile ragionare con me, ma molti non ci hanno nemmeno provato e parlano tanto per fare».

L’addio all’alpe
Dopo trent’anni di Cristallina e col raggiungimento dei 65 anni, Alfredo ha però detto basta. Il futuro recita affitto e successiva vendita dell’azienda, dato che i suoi due figli – 30 anni il primo e 33 il secondo – lavorano in altri settori e non intendono continuare. Lui, però, non ne sembra dispiaciuto. Anzi.
«È stato bello, tanto che se tornassi indietro rifarei tutto quanto con la stessa ottica, ma i tempi sono cambiati e non penso che la storia andrà avanti per molto. Oltre alla burocrazia e alla vendita del formaggio, tutto il lavoro è diventato sempre più difficile. Sembra che inquiniamo solo noi agricoltori: se giri col trattore e perdi due palate di letame per strada, chiamano in Comune a lamentarsi. E questo succede ad Ambrì, non giù in città! Sarò uno dei pochi, ma sono contentissimo che i miei figli abbiano deciso di non voler continuare con l’azienda. Non sono scornato e nemmeno dispiaciuto. Nella mia vita ho rischiato di ammazzarmi due volte – quasi tre – e il mondo sarebbe andato avanti benissimo anche senza di me».
Queste “due volte, quasi tre”, Alfredo le racconta senza particolare enfasi, come se fossero cose normali. La prima risale al 1978, quando da metà tronco in giù rimase sotto alle 4 tonnellate di una porta di un rifugio della Protezione civile che stavano smontando. Qualche osso rotto e varie emorragie interne, ma poche settimane dopo era già di nuovo a casa. Poi, tre anni fa, la rottura di tre costole cadendo da un mucchio di fieno. E infine la peggiore di tutte, lo scorso febbraio.
Alfredo racconta della rotoballa che stava scaricando nella gabbia che funge da mangiatoria per le mucche. Racconta di gesti fatti centinaia di volte, della plastica che non voleva staccarsi e di lui che entra nella gabbia per tirarla. Racconta dei 7 quintali di rotoballa che gli franano addosso, schiacciandolo contro i ferri della mangiatoia.
«Ero bloccato dal collo fino al bacino. La testa era libera ma non riuscivo a uscire, perché la scapola si era incastrata. E non c’era in giro nessuno. Mi è venuta scura la vista, mi son detto “Bom, è finita. State bene e fate i bravi” e devo essere svenuto. Poi mi sono ripreso e ricordo di aver pensato: “Se però ci fosse qualcuno ad aiutarmi non sarebbe male…”. Come ho fatto non lo so, ma mi son tirato fuori. Morale della favola, spalla e 9 costole rotte, con tre mesi e mezzo a letto a causa di un’infezione rimediata in ospedale. Cosa devo dire? Ho sbagliato e mi è andata bene, tutto qua. Mia tanti ball».
Dal trattore alla Harley Davidson
L’agenda di Alfredo recita “lavoro” fino alla fine di dicembre: in seguito, l’azienda – mucche, stalla, prati, macchinari – verranno affittati e poi probabilmente venduti. Al netto di qualche ora di sonno in più, il futuro assume però la forma di una motocicletta. Quando il discorso cade sulle due ruote, i suoi occhi si illuminano di una luce tutta particolare. L’elenco è lungo: dalla prima 125 acquistata nel 1978 alla Laverda 1000, fino alle Honda: VFR, Pan European e Dominator.
«A quei tempi ero ancora più matto di oggi. Quando andavo allo Stazione di Ambrì a bere il caffè, entravo in moto direttamente nel ristorante, salendo dai 10 scalini all’entrata. Per fortuna a quei tempi non c’erano i telefonini! Quando è nato il primo figlio avevo promesso che avrei venduto la moto e che avrei messo la testa a posto, ma alla fine… non l’ho mai venduta. E per fortuna. La moto, per me, è sinonimo di libertà. Non appena ci salto su, mi si apre l’universo».
In anni più recenti ecco il passaggio alla Harley Davidson, come testimonia la possente Street Glide posteggiata fuori dalla stalla. Alfredo racconta dei viaggi fatti assieme ai “Santi di Brescia”, motoclub di harleysti del quale è orgogliosamente socio. Racconta delle trasferte di gruppo in Sardegna e a Jesolo, di giri da quasi 800 km al giorno su e giù dai passi, del viaggio in Sicilia previsto per la prossima estate, quando non avrà più il pensiero del fieno e del formaggio.
Si avvicina mezzogiorno, ora di andare a Rodi a bere qualcosa con gli amici. Frizione, gas e via, in una nuvola di polvere che nemmeno nei film.
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