La crisi del Golfo si abbatte sull’agricoltura ticinese
- 2 giu
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Il tema l’avevamo già affrontato lo scorso 30 aprile: le tensioni nello Stretto di Hormuz – dove transita il 20-25% del greggio mondiale e un terzo dell’export di concimi azotati – colpiscono direttamente i bilanci del settore primario svizzero, Ticino compreso.
Negli ultimi giorni sembrava che Stati Uniti e Iran stessero raggiungendo finalmente un accordo di tregua per allentare i blocchi, ma la situazione si muove su un altro piano, oscillando tra spiragli diplomatici e nuovi raid sul terreno. Il blocco dell’export di gas naturale dal Golfo Persico frena la produzione di ammoniaca e urea destinate all’Europa: la Banca Mondiale stima rincari dei concimi fino al 30% entro fine anno, mentre l’UFAG registra già un balzo dell’8% rispetto al 2025. Gli agricoltori affrontano così una stagione estiva stretti tra un diesel vicino ai 2.20 franchi, i listini dei polimeri per le rotoballe decollati del 50% e l’ombra di pesanti rincari sui costi operativi complessivi.

Mercati instabili:
la scure del diesel sui bilanci ticinesi
L’Unione Svizzera dei Contadini definisce la situazione «preoccupante», soprattutto per i comparti lattiero, suinicolo e vitivinicolo, dove i costi salgono più dei prezzi di vendita. Nel breve termine lo shock è attutito dai pre-acquisti aziendali, ma per chi deve effettuare riordini estivi l’impatto finanziario è immediato. Nel Malcantone la realtà dei fatti si traduce nel divario vissuto in prima persona da Jean-Claude Antonioli (Bibo Agromeccanica): «Il gasolio è salito di 60 centesimi dall’inizio della crisi». Se il presidente della Società agricola Luganese è riuscito a mettere al sicuro 5’000 litri a 1.60 franchi prima dei blocchi, il padre Giampiero ha dovuto fare rifornimento più tardi a oltre due franchi al litro, pagando una fattura maggiorata di 2’700 franchi a parità di volume.
Non per tutti la situazione è sotto controllo:
il bivio dei bilanci
Per le aziende rimaste scoperte si stimano buchi finanziari a fine anno attorno ai 7’000 franchi. Un deficit pesante che impone un bivio immediato: tagliare le spese operative o ridurre la produzione. Ma i cicli dell’agricoltura non seguono le leggi di una catena di montaggio: sei i costi del diesel impennano, la produzione non può essere congelata. «Alle mucche da mangiare glielo devi dare», taglia corto Antonioli, respingendo l’ipotesi di ridurre i tagli del fieno, un’opzione al vaglio di altri agricoltori «sottocenerini» che rischia però di pregiudicare la qualità del foraggio e la resa finale degli allevamenti.
L’onda d’urto travolge anche le aziende lattifere, già schiacciate da un prezzo alla stalla crollato a 45 centesimi al litro rispetto ai 52 di pochi anni fa. A complicare il quadro concorre la struttura dei rimborsi sull’imposta degli oli minerali: senza un prezzo agevolato alla pompa per il settore primario, il ristorno posticipato basato sulle superfici copre appena il 10-20% della spesa complessiva sul gasolio. Per Antonioli il sistema attuale non basta: «Se i prezzi rimarranno questi durante la fienagione estiva, l’impatto sui bilanci a fine stagione sarà davvero significativo». Nel settore prevale comunque il pragmatismo: «Andiamo avanti, perché non c’è altra scelta; è meglio non pensarci troppo».
Logistica e incognita estiva: la tenuta delle scorte
Le preoccupazioni si spostano anche sul fronte distributivo, dove lo scenario resta teso. Agrola – tra i principali fornitori di carburanti per il comparto agricolo elvetico – conferma che sebbene le forniture, «con ogni probabilità», per il mese di giugno siano garantite, l’evoluzione in Medio Oriente rende impossibile formulare previsioni certe per il resto della stagione estiva.
Plastiche per rotoballe: l’impennata del 50%
La crisi tocca da vicino anche le pellicole in polietilene (LLDPE) usate per fasciare i foraggi, un segmento che in Svizzera genera ogni anno circa 6’000 tonnellate di agroplastiche e reti esauste. Se negli ultimi anni i listini calavano del 2% all’anno, i dati forniti dal colosso Fenaco mostrano come dall’inizio del conflitto in Medio Oriente i prezzi di vendita al dettaglio di questo distributore siano aumentati di circa il 50%, principalmente a causa dei rincari dell’energia e delle materie prime. Fenaco rassicura tuttavia che al momento le scorte restano sufficienti: la maggior parte dei prodotti era già stata fabbricata prima dello scoppio del conflitto, tutelando chi ha ordinato entro fine marzo. Gli acquisti effettuati successivamente a condizioni di mercato più onerose si tradurranno invece in ulteriori supplementi di prezzo lungo la filiera.
Nel Malcantone, Antonioli adotta così una strategia d’attesa per arginare i rincari della plastica: «Per ora utilizzo cinque palette avanzate l’anno scorso. A causa dei costi maggiorati acquisterò solo il minimo necessario: per la mia azienda di 45 ettari dovrebbero bastare altre tre palette per coprire la stagione».
Una parziale boccata d’ossigeno per ridurre la dipendenza dalle costose materie prime vergini arriva dall’economia circolare: nel 2025 il sistema ERDE Svizzera ha recuperato e riciclato oltre 2’660 tonnellate di plastica agricola, un volume in crescita del 6,5% su base annua.
L’effetto domino sui concimi
Per i concimi la situazione è differente. Grazie ai pre-acquisti, LANDOR – azienda leader specializzata nella fornitura di fertilizzanti – precisa che gran parte dei quantitativi per la primavera 2026 è già stata consegnata nell’autunno scorso, attenuando le criticità immediate per i prodotti importati dall’Europa. Sul Piano di Magadino, Giuseppe Belossi (campicoltura e viticoltura) conferma questa dinamica anticipata: «i fertilizzanti li ho comprati a fine autunno 2025».
Fela Ticino SA ribadisce la stabilità delle forniture stagionali, pur registrando rincari e una forte pianificazione d’anticipo da parte degli operatori. Belossi segnala tuttavia le prime crepe: «Settimane fa il nitrato di ammonio era già esaurito presso alcuni distributori ticinesi. Il vero problema sarà il 2027, tra prezzi e disponibilità reale».
Scenari d’emergenza:
la certezza di Berna e i dubbi locali
In caso di penuria, l’Ufficio federale per l’approvvigionamento economico rassicura che la disponibilità di carburanti e fertilizzanti è garantita dalle riserve CARBURA su 50 impianti nazionali, inclusi i depositi in Ticino che coprono quattro mesi di riserve. Ma quanta sicurezza scavalca le Alpi? Il Ticino soffre di limiti logistici: il transito di merci pericolose al Gottardo è limitato e il territorio dipende anche dai flussi del Nord Italia. Ad aggiungersi è lo smantellamento dei depositi locali: in passato le riserve regionali coprivano fino a 12 mesi di consumi. L’aspetto preoccupa gli agricoltori ed è condiviso dall’azienda di combustibili Cattaneo: «Queste guerre non si risolvono velocemente. La dismissione dei depositi è stata dettata solo da considerazioni sui costi di gestione, non da una reale previdenza fisica». CARBURA informa tuttavia che la Confederazione può rifornire il Cantone tramite la rete logistica interna. Inoltre relega l’estero a un ruolo secondario. Ma il sistema elvetico non farà sconti: in caso di emergenza la merce passerà dai canali commerciali ordinari, senza corsie preferenziali per l’agricoltura.
Il divario tra le rassicurazioni di Berna e la realtà locale si fa così più evidente. Mentre l’UFAG esclude rischi di medio termine per l’auto-approvvigionamento nazionale – stimando che la forte protezione doganale permetterà col tempo di scaricare i rincari sui prezzi alla produzione –, la crisi del Golfo non accenna ad attenuarsi. Con il petrolio Brent attestato stabilmente ad alta quota tra i 100-111 dollari al barile e l’allarme globale dell’AIE sulle scorte ridotte che alimenta la speculazione e lo stallo a Hormuz, la crisi finanziaria dei costi continua a logorare i bilanci delle aziende agricole ticinesi giorno dopo giorno. I flussi logistici tengono, ma lavorare la terra non è mai stato così caro.
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