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La pioggia non si comanda, il suolo si può preparare

  • 4 ore fa
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Martedì 4 agosto, la Masseria Ramello di Cadenazzo ha ospitato una mattinata dedicata allo stress idrico in agricoltura, promossa dal WWF Svizzera italiana con il sostegno di SWICA. Tra esperienze sul campo e agricoltura organica rigenerativa, si è discusso di come aumentare la resilienza delle colture.

Una zolla racconta molto del suolo: struttura, umidità, aggregati e sviluppo delle radici.
Una zolla racconta molto del suolo: struttura, umidità, aggregati e sviluppo delle radici.

L’acqua scarseggia e anche l’agricoltura è chiamata a fare i conti con una risorsa sempre più preziosa. Il Ticino è ormai confrontato con il quarto periodo di canicola dell’anno, inserito in una situazione idrica già delicata. Nei campi gli interrogativi diventano concreti: come affrontare periodi prolungati di caldo e scarsità di precipitazioni? È possibile preparare il terreno affinché riesca a sfruttare e trattenere meglio l’acqua disponibile?


È da questi interrogativi che è partita la mattinata. «Non esistono verità o soluzioni certe, ma esperienze da condividere», ha ricordato Silvia Gandolla del WWF Svizzera italiana. Tra le parcelle della Masseria, Adrian Feitknecht ha mostrato le prove che conduce con seconde colture, sovesci e lavorazioni ridotte. «Una volta su cinque va più o meno bene», scherza, «e quando qualcosa funziona vale la pena parlarne: è un modo per fare gli errori anche per gli altri».


Coprire per proteggere

Feitknecht vede nelle seconde colture un potenziale ancora da sfruttare in Ticino. Oltre a valorizzare le parcelle, possono contribuire al buon funzionamento del suolo e, in annate siccitose, offrire foraggio supplementare. La prima tappa del nostro giro è una parcella precedentemente coltivata a patate, dove sorgo, guizotia e facelia sono stati seminati come sovescio. Specie capaci di svilupparsi anche con poca acqua e di coprire rapidamente il terreno: l’ombra mitiga la temperatura, limita l’evaporazione e crea condizioni più favorevoli alla vita del suolo.

Le semine scaglionate tra fine maggio e inizio luglio mostrano quanto il momento della pioggia possa cambiare il risultato. Il sorgo seminato prima si è sviluppato bene, quello di luglio fatica. Le piogge arrivate una decina di giorni prima avevano attenuato una situazione critica. «Se non avesse piovuto sarebbe morto praticamente tutto. Prima delle precipitazioni, la differenza tra terreni coperti e scoperti era ancora più evidente», osserva Feitknecht. «È la partenza che conta», osserva Giovanni D’Adda, responsabile per la campicoltura e la foraggicoltura presso l’Ufficio della consulenza agricola cantonale: per queste colture è decisivo garantire umidità nella fase di germinazione e di crescita iniziale, calibrando le semine in funzione delle precipitazioni o intervenendo, quando necessario, con un’irrigazione di soccorso.


Ciò che racconta una zolla

Per leggere il terreno non servono sempre strumenti sofisticati. L’agronomo Marco Pianalto, esperto di agricoltura organica rigenerativa, invita a prendere in mano una vanga: «È una prova semplice per capire come si comporta il suolo».

Il punto di partenza è la tessitura. Sabbia, limo e argilla, in proporzioni diverse, determinano le caratteristiche del terreno e il suo rapporto con acqua, aria e organismi viventi. La sabbia favorisce drenaggio e aerazione ma trattiene meno umidità; l’argilla, conserva maggiormente acqua ed elementi nutritivi. Sul Piano di Magadino la componente sabbiosa è preponderante. «Qui sotto si respira bene», osserva l’agronomo. Il rovescio della medaglia è la difficoltà di conservare acqua, sali minerali, sostanza organica e una struttura stabile. L’ideale sarebbe avere un «cous cous di terra»: piccoli grumi permeabili ad aria, acqua e radici. Anche le radici raccontano lo stato del suolo: un apparato efficace è chiaro, ricco di filamenti e libero di esplorare il terreno. Davanti a uno strato duro e compatto tende invece a ispessirsi, mentre una colorazione scura può indicare asfissia o marcescenza.

Conta anche il momento della lavorazione: il terreno dovrebbe essere «in tempera», né troppo asciutto né troppo bagnato, e sbriciolarsi senza impastarsi. Più che seguire il calendario, occorre quindi leggere la stagione.

Da sinistra: Werner Meier che ha partecipato alla giornata, Adrian Feitknecht, gestore della fattoria Ramello e l’agronomo Marco Pianalto.
Da sinistra: Werner Meier che ha partecipato alla giornata, Adrian Feitknecht, gestore della fattoria Ramello e l’agronomo Marco Pianalto.

Centimetro dopo centimetro

La visita prosegue tra una parcella di mais e una di soia, in seconda coltura. Nel mais, dopo il raccolto dell’orzo, Adrian Feitknecht ha scelto una lavorazione minima di circa quattro centimetri. «L’idea era avere sopra il terreno più mosso e piazzare il seme appena sotto quell’orizzonte, nella parte più umida». La gestione dei residui ha richiesto qualche aggiustamento: durante la strigliatura la paglia ha interferito con il lavoro e lasciato qualche vuoto, ma dopo sarchiature, distribuzione del liquame e un’irrigazione la coltura ha reagito bene. «In un mese e una settimana il mais è partito mica male!».

Un’altra prova riguarda la distanza tra le file, ridotta in una parcella da 75 a 50 centimetri. «Copre prima, arriva meno luce sul terreno, c’è meno evaporazione e crescono meno erbe spontanee». La maggiore competizione va valutata, ma secondo Feitknecht può esserci un buon potenziale produttivo.


L’ABC del suolo

Sotto la pergola della Masseria il confronto prosegue, tra teoria e un momento conviviale. L’approccio rigenerativo considera insieme suolo, vegetazione, sostanza organica e risorse idriche, perché l’acqua possa infiltrarsi, essere trattenuta e rimanere disponibile. «Un suolo è un sistema vivo e ha bisogno di respirare e bere», introduce Pianalto, riassumendo alcuni strumenti dell’agricoltura organica rigenerativa in una sorta di ABC.

La A riguarda la componente solida: compost e ammendanti. Se la tessitura non può essere modificata, attraverso la sostanza organica si può invece lavorare sulla struttura, favorendo aggregati e capacità di trattenere acqua e nutrienti. Non esiste però un compost adatto a ogni situazione. E quando distribuirlo? «Quando hai tempo e quando il terreno sostiene i macchinari per la sua distribuzione», osserva D’Adda, «ogni azienda deve trovare nella sua rotazione la propria «finestra di opportunità».

La B riguarda la componente liquida e microbiologica: biofertilizzanti, fermentati anaerobici e tè di compost. Si può lavorare anche con microrganismi locali, già adattati alle condizioni del posto, partendo ad esempio dalla lettiera superficiale di un bosco. Al materiale raccolto vengono poi aggiunte crusca e una fonte zuccherina. La giusta consistenza si verifica con la «prova del pugno»: il composto deve formare una pallottola che, una volta riaperta la mano, si rompe facilmente.

La C è infine la componente minerale, calibrata sul terreno e sulle colture, anche attraverso polveri di roccia. «La biodiversità dipende anche dalla geodiversità», ricorda l’agronomo. Alla Masseria, le analisi del suolo servono proprio a calibrare gli apporti e permettere al terreno «di esprimersi secondo il suo potenziale». Non esiste però una ricetta uguale per tutti: terreno, coltura e annata determinano cosa è possibile fare. Se la tendenza porta verso periodi più siccitosi, negli anni molto piovosi si presenta il problema opposto, con finestre più ristrette per lavorazioni e sarchiature.


Dalla zolla al paesaggio

Di fronte allo stress idrico il pensiero va anzitutto all’acqua di corsi d’acqua e falde. Sul Piano di Magadino pozzi e prelievi regolamentati offrono un margine importante, ma con una siccità prolungata anche queste riserve possono ridursi.

La gestione dell’acqua passa anche dalla conoscenza del territorio. «Un paesaggio come il nostro, sagomato dall’acqua, è una successione di valli e di creste», spiega Pianalto, e «l’acqua tende naturalmente a concentrarsi nelle zone più basse». È il principio del Keyline Design: leggere forme e curve di livello per capire dove l’acqua si accumula e come ridistribuirla. Vale anche sul Piano di Magadino, solo apparentemente pianeggiante.

Le diverse prove della mattinata trovano così un filo conduttore. Coprire il terreno, lavorarlo nel momento giusto e il meno possibile, aumentare la sostanza organica, favorire radici e vita microbica e conoscere il movimento dell’acqua negli appezzamenti sono tasselli della stessa strategia. Se sulla quantità di pioggia che cade non si può intervenire, molto si può fare perché il terreno riesca ad accoglierla, trattenerla e renderla disponibile alle colture.

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