Traguardo importante per la Società Ticinese di Economia Alpestre (STEA)
La STEA quest’anno compie 80 anni. E per celebrare quest’anniversario si terrà a Bellinzona una piccola celebrazione. Ne parliamo con Alex Farinelli, attuale presidente dell’associazione.

Buongiorno iniziamo da quando e dove si terrà l’evento?
«L’evento si terrà domenica 11 ottobre, in occasione del mercato dei formaggi, a partire dalla 15.45 presso la sala del Consiglio comunale a Bellinzona. La sera poi, per completare il programma, al cinema Forum, a partire dalle ore 18.30, sarà presentata in anteprima la produzione RSI “L’Alpe di domani” di Lara Montagna e Yuri Tuena».
Per chi non la conoscesse, possiamo spiegare in poche parole di che cosa si occupa la STEA?
«La STEA nasce nel 1946 e da allora accompagna l’economia alpestre ticinese. Oggi resta una realtà molto snella: il lavoro è svolto in larghissima parte dal comitato su base volontaria, con una segreteria ridotta. Il nostro compito è soprattutto rappresentare e mettere in rete il settore: essere interlocutori delle istituzioni, collaborare con l’Unione Contadini Ticinesi, l’ALPA, l’Associazione per la Protezione del Territorio dai Grandi Predatori, le autorità veterinarie e gli organismi federali, oltre a promuovere qualità e smercio dei prodotti alpestri. Il lavoro del comitato, con persone che conoscono direttamente gli alpeggi, è imprescindibile. L’ottantesimo è anche l’occasione per ringraziare tutti coloro che, in questi decenni, hanno costruito e fatto vivere la STEA».
È sempre più difficile trovare pastori e casari. Come si può rendere questo lavoro più attrattivo?
«È un problema reale e non riguarda solo gli alpeggi: molte professioni agricole faticano a trovare personale. Chi sceglie di lavorare in alpe lo fa raramente per il salario: servono passione, convinzione e disponibilità a un impegno molto intenso, con sacrifici personali e una forte stagionalità. Questo però non significa che basti dire “serve passione”. Occorre continuare a migliorare le condizioni di lavoro, le strutture e l’organizzazione e, dove possibile, favorire una maggiore continuità professionale. Come STEA possiamo soprattutto far conoscere meglio questo mondo».
Viene spesso citato il progetto “Eccellenze Alpestri”, entrato nella sua fase di attuazione nel marzo di quest’anno, e che si concluderà nel 2031. Quali risultati vi aspettate?
«L’obiettivo è creare un ulteriore canale di valorizzazione del Formaggio d’Alpe Ticinese DOP, attraverso una cantina comune di affinamento, un concetto di marketing e l’apertura di nuovi mercati. Nella fase iniziale si è partiti con circa duemila forme; in futuro i quantitativi dipenderanno dalla capacità di vendita. Il mercato ticinese resta fondamentale, ma non è illimitato e incontra una forte concorrenza. Dobbiamo quindi rafforzare la presenza oltre San Gottardo e, insieme, far conoscere maggiormente il prodotto in Ticino, anche attraverso la ristorazione collettiva e il Centro di Competenze Agroalimentari Ticino. Il progetto non sostituirà l’impegno commerciale dei singoli produttori, ma deve aggiungere uno sbocco. È il risultato di un lungo lavoro cui hanno contribuito molti attori: il Cantone, la Sezione dell’agricoltura, l’UCT e chi ha guidato la STEA prima di me. Penso in particolare al mio predecessore Valerio Faretti, che ha dato un contributo determinante alla nascita e allo sviluppo del progetto».
La STEA rappresenta anche chi non produce formaggio DOP, ma in che modo?
«Assolutamente sì. La DOP è uno strumento importante di valorizzazione e tutela, ma la STEA difende l’economia alpestre nel suo insieme. Anche il nostro comitato non è composto unicamente da produttori DOP. Le tematiche riguardano tutti: la presenza del lupo e la protezione delle greggi, lo stafilococco aureo, la disponibilità di personale, le infrastrutture, la promozione e le condizioni quadro. È importante non guardare mai un solo anello della catena. Senza aziende agricole attive tutto l’anno manca il bestiame da estivare; senza animali gli alpeggi perdono la loro funzione; senza alpeggi utilizzati i Patriziati, spesso proprietari delle strutture, hanno meno possibilità di investire. È una catena nella quale ogni anello dipende dagli altri».
Il settore del latte ticinese è in grave difficoltà: con la chiusura di LATI, e il numero di aziende lattifere in diminuzione, sono sempre di più gli animali estivati che arrivano dalla Svizzera interna. Lei come vede il futuro?
«La situazione della filiera lattiera ticinese è oggettivamente difficile. La conformazione del territorio rende la produzione più onerosa e la chiusura di LATI ha reso ancora più evidente la fragilità della filiera cantonale. Da anni una parte del bestiame estivo arriva da oltre San Gottardo: oggi questo permette di caricare gli alpeggi ed è una risorsa, ma non dobbiamo darlo per scontato. Il fatto che una mucca provenga dalla Svizzera interna non significa però che il formaggio venga valorizzato dal suo proprietario: è chi gestisce l’alpe e produce il formaggio a occuparsi normalmente dello smercio. Il vero tema è mantenere in vita l’intera filiera. Servono aziende agricole solide a valle, condizioni economiche sostenibili, possibilità di trasformazione e vendita, strutture alpestri adeguate e una gestione pragmatica di problemi come quello del lupo. Se viene meno uno di questi elementi, tutto il sistema si indebolisce. È proprio qui che associazioni forti e capaci di fare fronte comune diventano indispensabili».
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