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La voglia di non mollare, nonostante tutto

  • 21 nov 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 23 apr

Danilo e Sabrina, giovani contadini leventinesi, raccontano la loro storia. Tra situazioni problematiche, l’arrivo del lupo, l’abbandono dell’alpe e la difficile ricerca di soluzioni alternative.


Amarcord all’alpe Nara. Foto: Sabrina Genini.
Amarcord all’alpe Nara. Foto: Sabrina Genini.

Rossura, media Leventina, una piovosa giornata autunnale. L’unico rumore è quello della pioggia sul tetto. Chiedo a Danilo Falconi, titolare assieme alla compagna Sabrina Genini dell’omonima azienda agricola, quanta gente ci abita d’inverno: per fare la conta sono sufficienti le loro quattro mani. L’aroma pungente del caffè solubile si mescola a quello, inconfondibile, di salametti freschi che sale dalla cantina. «Qualcosa dobbiamo pur mangiare anche d’inverno», risponde lui con un sorriso. L’agricoltura, in questi due giovani – meno di settant’anni in due –, è fortemente radicata in famiglia. Mezzana e apprendistato da Reto Sartore a Dalpe per lei. Mezzana e apprendistato da Omar Pedrini – dopo una prima formazione da selvicoltore e alcuni anni di lavoro come macellaio – per lui. Il seguito lo racconta direttamente Danilo.

 

Genesi di un abbandono 

«Ho ritirato l’azienda da mio zio nel 2016, riprendendo anche la gestione dell’Alpe Nara da un altro allevatore che vi saliva con le capre di mio zio e alcune mucche da latte. Dal 2019 siamo saliti assieme, io e Sabrina: nei periodi migliori, con quasi 150 capre e una decina di mucche. L’anno scorso abbiamo però abbandonato ed è tornato su l’allevatore di prima, ma solo con delle mucche nutrici. Ecco, la storia è tutta qua». No, qui non c’è traccia delle idilliache storie contadine che vedono il lavoro della terra come qualcosa di rilassante e quasi divertente. Qui si racconta di anni e di scelte difficili, cariche di conseguenze, culminate con la drastica decisione di non più caricare l’alpe. Se tra le concause troviamo la difficoltà nel trovare operai affidabili, sul banco degli imputati finisce anche un certo disinteresse da parte del proprietario, ossia il Patriziato di Rossura. A far traboccare il proverbiale vaso è però dovuto arrivare il lupo. «Da anni chiedevamo al Patriziato di intervenire, ma non c’è stato niente da fare. Ci siamo addirittura sentiti dire che forse non valeva nemmeno più la pena mettere a posto l’alpe. E pensare che ci sarebbero tutti gli aiuti cantonali del caso, basti vedere cos’è stato fatto a Predasca. Gli stabili e il caseificio avrebbero bisogno di essere ristrutturati, ma la scomodità principale è l’assenza della strada. Per arrivare all’alpe sono 400 metri di dislivello su sentiero. Col tempo ci eravamo abituati, ma poi è arrivata una coppia di lupi…»


La notte da incubo

L’Alpe Nara è una dei primi alpeggi ticinesi incentrato sull’allevamento caprino che deve fare i conti con l’abbandono a causa del lupo, la cui prima presenza alle pendici del Pizzo Molare è stata riscontrata nel 2022. Sul suo telefonino, Danilo mi mostra una fotografia di due lupi, scattata poco distante dall’Alpe Nara il giorno dopo la fuga precipitosa. Scorrendo col dito, appare la foto dei miseri resti di una capra divorata. Il ricordo, nonostante i mesi trascorsi, è ancora tanto nitido quando doloroso. «Era il 12 settembre 2024, verso le 2 di notte. Abbiamo iniziato a sentire capre e mucche che correvano come matte nel recinto, ma nemmeno con la pila riuscivamo a vedere niente. Di dormire non c’è più stato verso. La mattina dopo abbiamo ritrovato i resti di una capra che mancava all’appello già dalla sera prima, mentre di altre 20 non abbiamo più trovato traccia. Il giorno dopo le abbiamo fatte scendere tutte. Non aveva più senso rimanere su. Non erano condizioni di lavoro facili, ma i lupi hanno dato il colpo decisivo». Dai loro volti emerge tutta la loro rabbia e la delusione per aver dovuto stravolgere, contro la loro volontà, tutto quanto. «In Nara salivo e ci passavo le estati già da bambino... Finché ci son su le nutrici l’alpe rimarrà pulito, ma il caseificio rimane inutilizzato, la stalla rimane deserta perché sono bestie che preferiscono rimanere nel bosco e la cascina verrà usata poco o niente. Fa molto, molto dispiacere».


«Ho dei ricordi bellissimi degli anni in cui eravamo su solo noi», aggiunge Sabrina. «Dal 2019 al 2022 ci siamo arrangiati da soli, senza operai. Io come casara e lui come pastore. La sera, seduti fuori dalla cascina a guardare le capre che tornavano in stalla, era impagabile. Di quegli anni ci manca la libertà. La nostra, ma anche quella delle capre.»

 

Il becco Colombo.
Il becco Colombo.

Leventina – Valcolla, andata e ritorno

Nel tentativo di portare avanti la loro azienda, Danilo e Sabrina hanno dovuto cercare un’alternativa. La delusione, troppo grande, li ha portati a escludere l’idea di continuare a caricare Nara, così come di cercare un altro alpe: ecco quindi aprirsi, grazie a un annuncio pubblicato proprio sull’Agricoltore, le porte della Valcolla. A fine maggio i loro 80 capi di Nera Verzasca hanno quindi traslocato all’alpe Pietrarossa, da dove sono tornate a casa alla fine di settembre. Il lupo fa paura anche laggiù, dov’è presente un branco, ma un pastore che segue costantemente il gregge fa buona guardia. «Ci viene pagato il latte, dato che non volevamo nemmeno l’incombenza di vendere il formaggio, viste le difficoltà del settore. Così è dura stare in piedi, anche perché la Nera non ha una grande produzione lattifera. In futuro non escludiamo di cambiare razza, ma è ancora troppo presto per decidere».



Se la prima estate di Danilo senza capre è passata dietro alla falciatrice, occupandosi di asini, capretti e qualche capra asciutta e portando avanti la bonifica di un terreno («Ovviamente niente di comodo,» specifica, «una collinetta, ma meglio di niente»), quella di Sabrina è stata ancor più complicata, avendo dovuto lottare con una forte forma di ansia dovuta alla situazione creatasi che le ha impedito di aiutare il compagno. «Ora, fortunatamente, tutto si è risolto. Di certo non è stato un bel periodo».


 «Cerchiamo di andare avanti…»

Sulla strada verso Tengia, il loro negozietto self-service propone il formaggio dell’anno scorso e altri prodotti locali. Mi assicurano che d’estate, quando Rossura si riempie di villeggianti e camminatori che percorrono la “Strada alta”, è molto ben visitato. In primavera, nell’attesa della discesa a sud del Ceneri, vi si possono trovare anche formaggelle, büscion e – in rare occasioni – la zigra. Tutto certificato col marchio “Bio suisse”. In stalla, vista la pioggia che cade copiosa, le capre sono felici di stare al riparo. Col bel tempo scalpitano però per passare giorno e notte nei prati, protette da un recinto elettrificato. Una soluzione che prevede non poco lavoro e che al contempo non fa la gioia delle capre stesse.


«Si vede che non sono felici», dice Sabrina. «Per natura sono animali che hanno bisogno di viaggiare e rinchiuderle è quasi contronatura. Fino a pochi anni fa le lasciavamo libere per quasi tutta la stagione fredda: facevano i loro giri e tornavano da sole. Oggi sarebbe impossibile, dato che – a quanto pare – la coppia di lupi è scesa nei dintorni del paese. Anche con i recinti i problemi non mancano, tra cervi che vi si impigliano, fungiatt incuranti e cani liberi che saltano dentro a spaventare le capre…»

 

Se il futuro non sembra roseo, sui loro volti appare comunque quella scintilla di passione che li porta a voler continuare. «Siamo concentrati sul portare avanti l’azienda. Il nostro lavoro ci piace, quindi non molliamo e ci impegniamo per andare avanti. È l’unica cosa che possiamo fare».

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