Marco Patriarca, il “saltamartì” dei vigneti
- 12 set 2025
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Aggiornamento: 9 apr
Maglietta senza maniche, pantaloncini strappati, ciuffo ribelle. Tra i tanti tatuaggi fanno bella mostra di sé fiaschi di vino, tralci con annessi grappoli e un cartiglio con la scritta “In vino veritas”. A prima vista, un tipo poco raccomandabile. In verità, un simpaticissimo “momò” innamorato della viticoltura.

Marco, classe 1984, è un momò DOC: nato e cresciuto a Coldrerio, dopo aver capito rapidamente che l’ufficio non faceva per lui ha fatto parte della primissima classe di viticoltori formatisi a Mezzana, diplomandosi nel 2008. Da quell’anno in avanti, il Ticino lo ha però visto ben poco.

L’abito non fa il monaco
All’appuntamento per l’intervista, tra i vigneti di Biasca, si presenta anche qualcuno che Marco Patriarca non vede proprio dal 2008: è Mauro Giudici Della Ganna, ai tempi suo maestro d’apprendistato, che ha “rubato” qualche minuto a una giornata di vendemmia per venire a salutare il suo ex – e pressoché unico – apprendista.
«Non è cambiato neanche un po’», nota con piacere Mauro. «I capelli mi ricordano sempre i Mohicani! Marco è stato uno di quegli apprendisti che si ha piacere a formare, dato che è sempre stato molto curioso. A riprova, se ce ne fosse bisogno, che l’abito non fa il monaco. Lui aveva 18 anni, mentre gli altri due operai, Luciano e Antonio, erano già ultrasessantenni. Passavano tantissimo tempo assieme ed era bello vedere come due generazioni apparentemente molto distanti si ritrovassero unite nel lavorare la vigna, con una certa complicità».
I due ricordano divertiti gli anni passati a correre su e giù per tutto il cantone, da Giornico e Malvaglia giù fino a Comano, Neggio o Coldrerio, per lavorare nei vigneti di Mauro e in quelli che gestiva per altre aziende.
«Ho potuto vedere tutte le differenti realtà interne al Ticino», ricorda Marco, «ed è stata un’ottima palestra viticola. Inoltre, Mauro è sempre stato molto lungimirante e nei suoi vigneti si trovavano varietà e forme d’allevamento che ai tempi in Ticino conoscevano in pochi, dal Marselan all’Arinarnoa, fino al Solaris e gli altri resistenti».
Serve un traduttore?
Riprendendo il filo della storia, il cammino di Marco lo ha portato dapprima a Changins, dove si è diplomato tecnico vitivinicolo, e poi nel canton Berna, tra i vigneti del castello di Spiez, dove lavorerà per ben 9 anni. Dal dialetto ticinese al francese, all’ostico “bärndütsch” e infine all’inglese, quello col quale si mise a chiacchierare, durante un festival in Inghilterra, con una giovane catalana di nome Berta. Proverbiale colpo di fulmine e, una decina d’anni fa, trasferimento armi e bagagli a Barcellona, dove la famiglia si ingrandirà grazie alla nascita di Felix e Boris.
Nel dialetto di Marco, segnato da qualche “mò” che ne ricorda le radici mendrisiensi, l’inflessione catalana è evidente, così come la mescolanza linguistica.
«Il catalano è molto simile al nostro dialetto: il “saltamartin”, per esempio, si chiama “saltamartì”! In poche parole, quando all’inizio parlavo in dialetto momò capivano quasi tutto. Oggi però parlo correntemente catalano, tanto che inizio a dimenticarmi l’italiano!»
Agricoltura sociale
Prima ancora di mettere piede in terra catalana, Marco inviò curriculum a tutte le cantine della zona di Barcellona, ricevendo risposta positiva da Llopart, celebre azienda della regione del Penedès produttrice di Cava. Negli anni affinerà soprattutto le sue conoscenze enologiche, approfittando di un impiego all’80% per studiare anche da sommelier.
Da un anno, Marco è alle dipendenze de L’Olivera, gestendo il lato viticolo della piccola tenuta Can Calopa, a due passi da Barcellona. A rendere particolare quest’azienda non sono però i 4 ettari di vigna e i 5 di olivi, dimensioni minuscole rispetto alla media, ma il fatto che si tratti di un progetto educativo.
«È una cooperativa che porta avanti un progetto di integrazione sociale per disabili fisici e psichici, dove agricoltori ed educatori lavorano fianco a fianco per dare a questi ragazzi la possibilità di imparare un mestiere. L’obiettivo è renderli autonomi, nel limite delle loro possibilità».
Un altro mondo
Passeggiando tra i filari, Marco nota la grande presenza di foglie con ampie macchie di peronospora. Un confronto con la realtà viticola catalana appare pertanto inevitabile.
«Tanto per cominciare, laggiù di peronospora quasi non ce n’è, tranne alcune regioni dove soffia la “marinada”, un vento che porta l’umidità del mare. La vera lotta è quella contro l’oidio: se in Ticino lo zolfo in polvere lo si usa solo curativamente, là è prassi. Non ci sono nemmeno black rot, escoriosi o botrytis, grazie al clima secco e caldo e al fatto che le varietà coltivate hanno grappoli molto aperti».
Il clima influisce anche sulle lavorazioni e la differenza con gli anni passati da Mauro è importante. In Catalogna la vigna chiede generalmente meno lavoro, lasciandoti più tempo per farlo.
«Si fanno meno trattamenti. Non si taglia l’erba, ma si fa sovescio. Di cimature se ne fa una sola, quando serve, così come si fa un passaggio solo per spollonare, sfogliare e sfemminellare. Nonostante il clima secco lo renda difficile, pure in Catalogna pratiche di gestione del suolo come lo sfalcio alternato e la ricerca di maggiore biodiversità sono sempre più d’attualità. Pratiche che in Svizzera sono invece la norma da molti anni».
Viticoltura romantica
Marco non fa mistero, sin dal primo sguardo, della sua appartenenza a uno stile di vita alternativo, coniugato nel suo caso alla musica psychobilly, mescolanza tra il rockabilly e il punk che l’ha portato a suonare il suo contrabbasso in tutta Europa e persino Oltreoceano. Un ribelle romantico, innamorato della musica e della vigna, che trova ancora il tempo di fare il proprio vino. Poche centinaia di litri di Xarello, tanto per non annoiarsi – dice lui.
«Sono cresciuto con la vigna: a Coldrerio, mio papà Mauro ha lavorato per tanti anni un piccolo vigneto sotto casa, quindi la mia scelta di fare il viticoltore è stata soprattutto sentimentale. Ma non me ne pento nemmeno un po’!»
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