Più che un’iniziativa è un «cane che si morde la coda»
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Fra tre settimane dovremo votare sull’iniziativa per un’alimentazione sicura. Nonostante sia il nome della proposta di legge – sia le campagne per il Sì e per il No – si riferiscano principalmente all’alimentazione, è il settore agricolo a subirne le conseguenze in caso di accettazione. Ne abbiamo parlato con il presidente dei Giovani contadini ticinesi, Giacomo Bassetti.

Durante questa campagna di votazione c’è chi ha ricordato il piano Wahlen della seconda guerra mondiale, definendo l’iniziativa addirittura ancora più ambiziosa del progetto degli anni quaranta del novecento: allora si era raggiunto un grado di autoapprovvigionamento del 60% con una popolazione di 4,5 milioni di persone, mentre oggi si chiede almeno il 70%. E per raggiungerlo – come insegna l’autarchia alimentare di guerra – si esige che la Confederazione si adoperi «per promuovere un’alimentazione maggiormente basata su derrate alimentari di origine vegetale e un’agricoltura e una filiera alimentare orientate in tal senso». Ma non è tutto, oltre all’aumento del grado di autoapprovvigionamento, si chiede una maggiore “estensivizzazione” dell’agricoltura: un po’ come già richiesto nelle scorse iniziative agricole che l’Unione Svizzera dei Contadini – ma anche il Consiglio federale – ha sempre definito troppo estreme.
Protezione delle acque, tutela della biodiversità, riduzione del numero di animali allevati: con “un’agricoltura e una filiera alimentare orientate verso il mercato e al contempo sostenibili e rispettose del clima”. Tutti i principali partiti politici hanno già comunicato che non sosterranno l’iniziativa.
Giacomo Bassetti, come vivi questa circostanza? Dal lato politico il settore agricolo è sempre più regolamentato e meno produttivo, mentre a livello economico dev’essere competitivo e in concorrenza con i mercati esteri.
«Male, detto alla mia maniera è una presa per i fondelli. Vorrei dire che tutti gli agricoltori in tutti i settori sono degli imprenditori che, lavorando la terra e sfruttando ciò che dà, producono quello che finisce nei piatti di tutti tre volte al giorno. Questi continui attacchi al nostro settore non fanno altro che allontanarci dagli stessi obbiettivi delle iniziative: ovvero un’agricoltura sana che produce più cibo possibile per sfamare la nostra nazione».
Quella sull’alimentazione è l’ottava iniziativa agricola in pochi anni. Come ti senti?
«La cosa che più dà fastidio è che le iniziative cambiano nome ma in fondo si parla sempre delle stesse cose “impacchettate” con etichette diverse. I temi sono i soliti: riduzione dell’allevamento animale, più limitazioni nei prodotti fitosanitari e nei concimi, maggiori requisiti nell’ambito della biodiversità. La si può girare come si vuole ma si casca sempre lì. E tutto questo ha ancora una volta la conseguenza di ridurre la produttività e la sostenibilità delle aziende svizzere, un controsenso visto che l’attuale iniziativa vorrebbe un grado di autoapprovvigionamento del 70 per cento».
Durante la conferenza stampa di lancio della campagna per il No all’iniziativa, dello scorso 26 agosto, hai parlato del tema dell’incertezza che contraddistingue i giovani agricoltori. Ce lo potresti ripetere?
«La cosa è molto semplice: un’azienda, per essere in grado di sopravvivere e per produrre secondo gli standard richiesti oggi dal mercato e dalla legge sulla detenzione degli animali, non può fermarsi e marciare sul posto. È anche giusto che le aziende si “aggiornino” e producano nel modo migliore possibile, ma questo ha un prezzo ed è collegato a grandi investimenti che durano per decenni. L’incertezza causata da questi continui attacchi degli iniziativisti è molto grande e può comprensibilmente scoraggiare investimenti importanti. È difficile per tutte le aziende, ma come ho già detto, per gli agricoltori più giovani che hanno da poco ripreso un’attività questo può mettere in grave difficoltà la continuità aziendale. Così si arriva al punto di indebolire gravemente – forse anche sistematicamente? – il futuro della nostra agricoltura».
L’iniziativa critica la coltivazione di foraggio su campi che potrebbero essere destinati all’alimentazione umana. Oppure viene criticato il foraggiamento di ruminanti con mangimi concentrati. Cosa ne pensi?
«Qualcuno potrebbe pensare che è una buona cosa. Ma se si va a fondo bisogna chiedersi fondamentalmente una cosa, che tra l’altro è strettamente legata a uno degli obbiettivi dell’iniziativa: Chi può sfruttare gli scarti dell’industria alimentare per poterli riportare nei nostri piatti, contribuendo ad aumentare il grado di autoapprovvigionamento nazionale? Naturalmente sono gli animali da reddito, ruminanti e non. E ricordiamoci che la maggior parte dei mangimi concentrati è composta da scarti di produzione. Causati sia da processi di produzione, sia scartati per standard qualitativi: come per esempio una mela con una macchietta nera ma per il resto prefetta. Quello della mela è solo un esempio, e se ne potrebbero fare molti altri. Tutti questi piccoli difetti andrebbero ad aumentare se si dovessero avere ancora maggiori restrizioni nei prodotti fitosanitari. Quindi dal mio punto di vista è un cane che si morde la coda. Si parla di autosufficienza al 70 per cento – obbiettivo lodevole – con meno fitosanitari, più superfici incolte e lasciate allo stato brado. Puntando allo stesso tempo il dito contro il bestiame che oltre a rendere produttive superfici altrimenti improduttive ricicla e trasforma in cibo per noi i nostri scarti».
Negli ultimi anni, ogni volta che è stata bocciata un’iniziativa agricola, a livello politico si sono comunque avute conseguenze e nuove esigenze (minor numero di omologazioni per i prodotti fitosanitari, iniziativa parlamentare 19.475 «Ridurre il rischio associato all’uso di pesticidi», Digiflux, …). Come hai vissuto questi risvolti?
«Mi riallaccio a quanto detto in precedenza. Ci tengo però ad aggiungere una cosa: che sia nella produzione vegetale o in quella animale, nessun agricoltore fa trattamenti fitosanitari o cure veterinarie a una coltura o un animale se non sono necessarie. Questi rappresentano un fattore di costi elevato per le aziende e se la coltura o l’animale non hanno bisogno di questi interventi per garantire il prodotto, rispettivamente la salute animale, non vengono certamente fatti per puro “divertimento”».
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