Quattro chiacchiere con Alice Ambrosetti
- 10 lug 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Di recente nominata presidente delle Donne contadine ticinesi ha sottolineato come non si senta “una contadina”, ma più la compagna di un contadino, anche perché lavora a tempo parziale come ricercatrice alla Supsi.

Negli anni, spesso, mi è capitato di parlare con donne che io consideravo contadine dalla testa ai piedi, ma che loro, dato che non avevano ottenuto il diploma di contadina, si sentivano un po’ a disagio a definirsi tali.
Alice, che cosa ne pensi di questa ritrosia a definirsi contadina? Sia a livello personale che in generale. È il diploma che ti fa essere Donna Contadina?
«Ad essere sincera anch’io inizialmente non mi definivo donna contadina per due ragioni: uno, perché in effetti non ho un diploma, due perché non mi identificavo nella sua immagine molto tradizionalista: quella che si occupa “solamente”, tra virgolette perché è già un gran lavoro, dei lavori domestici e che in azienda non ha voce in capitolo nelle decisioni. Questa visione va assolutamente sfatata perché non corrisponde per niente al vero; le donne contadine, che siano titolari o collaboratrici d’azienda, sono un pilastro fondamentale dell’agricoltura e si occupano di una moltitudine di compiti. Bisogna far passare questo messaggio affinché questa ritrosia venga meno e tutte coloro che lavorano o collaborano in un’azienda agricola, con o senza diploma, si sentano orgogliosamente donne contadine, agricoltrici, imprenditrici agricole al pari della figura maschile: se siamo unite, siamo più forti, e solo insieme potremo rivendicare il nostro posto nel mondo agricolo!»
Restando su questo punto, e inserendo l’intelligenza artificiale, Google Translate ancora oggi traduce “Bäuerin” con “moglie del contadino”. In questo passaggio c’è senz’altro un sopruso. Ma è possibile sposare un contadino, o conviverci, e non diventare contadina?
«È ovviamente un sopruso che secondo me deriva da quanto detto prima; c’è un’immagine sbagliata di cosa fa una donna contadina e questo è dovuto alla cultura patriarcale ancora molto presente che non possiamo cambiare solo correggendo Google Translate, ma va fatto un lavoro dal basso e piantare dei semi che, spero, almeno in futuro permetteranno a tutte di sentirsi valorizzate in quello che fanno come donne contadine, riconoscendosi come tali e non solo come “moglie del contadino”. Questo ancor di più se si parla di agricoltrici gestrici che, per fortuna, sono sempre di più tra le donne contadine. In quanto partner è anche possibile occuparsi d’altro ma l’attività agricola del partner ha un forte impatto sul tempo libero, sui ritmi, sullo stile di vita della donna contadina, quindi anche volendo tenersene fuori credo che a un certo punto sia impossibile non esserne impattata. Sta ad ognuna capire a che livello lasciarsi coinvolgere e, personalmente, mi sono accorta che tenermene fuori richiedeva quasi più energie rispetto a lasciarmi coinvolgere».

Che cosa accomuna nello specifico le donne contadine, rispetto alle altre donne?
«Secondo me quello che accomuna le donne contadine, e penso a chi non gestisce l’azienda, è di vivere in un ambiente agricolo che ha, molto spesso, ancora delle forti dinamiche tradizionali, in cui la donna si occupa soprattutto di lavori domestici, di vendita, di trasformazione dei prodotti, ecc. mentre l’agricoltore si occupa della produzione. Le donne contadine, gestrici e non, si occupano spesso di compiti simili che le portano ad affrontare le stesse sfide: il contatto con i clienti, con tutto quello che ne consegue; la cura della rete di vendita sempre più sotto pressione o ancora la burocrazia che è sempre più complessa. Il tutto con il carico mentale della gestione casalinga, cosa che le accomuna alle casalinghe in generale. Inoltre, una cosa che concerne forse soprattutto le gestrici di azienda, è la presenza di molti pregiudizi di genere: per questo, è importante fornire esempi alle nuove generazioni per mostrare che anche le donne possono diventare agricoltrici».
La questione della gestione famigliare della fattoria però, soprattutto quando abitazione e azienda sono contigue oppure la coppia di gestori non è sposata, resta spinosa. Per tutelare di più le donne, secondo te che cosa bisognerebbe fare?
«La domanda del secolo! Premessa: non voglio che qualcuna si senta giudicata perché decide di occuparsi solo lei dei lavori domestici e della cura dei figli, credo che si debba poter scegliere liberamente cosa fare. Tuttavia, per me è importante che questa scelta sia fatta sapendo che se non si agisce preventivamente (con risparmi, assicurazioni private, …), e non percependo un salario, ci si trova in una situazione di forte vulnerabilità. E questo non vale solo per le donne contadine. Per tutelare le donne, secondo me, bisogna promuovere le misure che permettono anche alla donna di guadagnare, sia lavorando in azienda che fuori, tramite quindi misure di conciliazione e con una separazione meno rigida dei ruoli, informare sulle coperture assicurative e di risparmio per la vecchiaia, e continuare a sensibilizzare sul fatto che il lavoro fatto dalle donne contadine (e non) ha valore ed è importante riconoscerlo monetariamente e non».
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