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Robin Garzoli: vino, pietre, fatiche… e una nuova cantina

  • 10 lug 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

“It’s a long way to the top”, cantavano i primi AC/DC: se la loro lunga strada mirava ai divertimenti di una vita rock’n’roll, quella che porta al vigneto della Pioda – così come quella che ha scelto di intraprendere Robin – racconta invece di storie spesso faticose, ma senza dubbio soddisfacenti.


All’incirca cinquecento, o forse di più: tanti sono gli scalini che separano la chiesetta della Pioda dal paese di Maggia. Tra le pergole sottostanti lo incontro, intento a completare i lavori di legatura. Rigorosamente alla moda di un tempo, con la forbice in mano e il lungo mazzo di salici legato in vita. 

L’esterno della nuova cantina.
L’esterno della nuova cantina.

Il DNA non mente

Oggi Robin coltiva circa tre ettari di vigna, suddivisi tra la natìa Maggia, Lodano e Tenero, accomunati dalla scomodità e dalla difficoltà di lavorazione, da farsi a mano e senza trattori. A onor del vero, il lavoro della terra scorre da molti anni nella linfa dell’albero genealogico dei Garzoli: basti citare il nonno di Robin, Valentino, alpigiano a Deva e Masnee, oppure il padre Enrico, che assieme ai fratelli Mario e Fausto caricò per molti anni Alzasca e Salei. 

Se la via dell’allevamento è stata scelta dal fratello Nello, Robin le ha preferito quella dei filari: diplomatosi ingegnere enologo a Changins ha poi trovato lavoro presso la Vinattieri di Ligornetto quale responsabile dei vigneti, ma la voglia di mettersi in proprio ha preso il sopravvento, complici i vigneti di famiglia. Quando, sul finire degli anni ‘70, Enrico e Mario smisero di produrre formaggio iniziarono difatti a piantare Merlot, offrendo al figlio e nipote la fortuna di poter raccogliere il frutto di piante che hanno oggi mezzo secolo… o più.  

«Nel 2006 mi sono lanciato, ma gli inizi non sono stati promettenti, dato che due anni dopo è arrivata una tremenda grandinata che ha distrutto tutto il raccolto e mi sono trovato in ginocchio. Ho passato alcuni giorni non facili, ma per fortuna ho perseverato. Non ho mai fatto il “boom”, ma sono cresciuto costantemente ogni anno. Un grande grazie va di sicuro a Miro Caccia, che ho avuto la fortuna di avere alle mie dipendenze dal 2012: più che un operaio un vero e proprio braccio destro, caparbio al punto giusto, energico e meticoloso». 

Robin davanti alla sua nuova cantina. 
Robin davanti alla sua nuova cantina. 

Tutto sotto un tetto

Il sogno di Robin inizia a concretizzarsi, anno dopo anno, confrontandosi con difficoltà di ogni sorta, ma soprattutto logistiche. La sua azienda è difatti stata per molti anni suddivisa tra vari locali, sparsi nel paese di Maggia: dalla cantina sotto la casa dello zio Mario, sede delle vinificazioni, con i tini un po’ dentro e un po’ fuori, a quella di casa, dedicata all’imbottigliamento e al cartonaggio. E poi il grottino, due rampe di scale sotto, a fungere da magazzino, per finire con le barriques, ospitate da alcuni grotti in cima al paese. 

«Di quei “lavoréri”... Alla fine non era più sostenibile. Se pioveva e dovevamo travasare eravamo magari costretti a star fuori sotto l’acqua, con gli ombrelli a coprire le pompe. Altro che avere le ginocchia rovinate, tra balle di fieno, cartoni di vino e pietre da portare in giro per rifare muretti! Prima del Covid ho quindi preso la decisione di costruire, dato che i volumi aumentavano e il lavoro diventava sempre più complicato». 

A permettere la realizzazione della nuova cantina, un terreno edificabile lasciatogli dal padre Enrico – purtroppo scomparso nel 2020 – nella piana dietro la chiesa di San Maurizio. Un lavoro lungo, durato ben tre anni e studiato nei minimi dettagli, con i vari locali pensati per seguire al meglio il flusso dei lavori legati alla vinificazione e che hanno già superato l’esame della vendemmia 2024. Un impegno – anche economico – non indifferente, ma dal risultato decisamente appagante.


Un dettaglio della barricaia.
Un dettaglio della barricaia.

La parola ai sassi 

«In questi ultimi due anni ho dedicato anima e corpo alla nuova cantina, dedicando ogni minuto disponibile al seguire il lavoro dei muratori – che hanno fatto un lavoro eccezionale – e scegliere quali sassi usare. La pietra è stata una mia volontà sin dall’inizio, in modo da integrarsi maggiormente con le case adiacenti». 

A tornare nel discorso sono nuovamente i sassi: anche loro sanno difatti raccontare una storia, che può talvolta tornare indietro nei millenni. 

«Scavando per la costruzione delle fondamenta abbiamo trovato dei grossi blocchi di gneiss, identici a quelli che si trovano sulle montagne che ci dividono dalla Verzasca, trasportati a valle dalle glaciazioni, che abbiamo aperto per farne sassi da muro, che risaltano per il loro colore chiaro. Tutti gli altri sono riciclati da altri edifici, con gli scarti degli scarti che sono diventati gli oltre 60 m² delle pareti della barricaia, costruita da me nei ritagli di tempo, domeniche e festivi compresi...»


Il fiore all’occhiello

Dalla sala di degustazione, alzando lo sguardo verso nordest, l’occhio è catturato dall’iconica visione della cascata che sbocca dalla Valle del Salto e dal soprastante vigneto della Pioda. Quei 2’000 m2 sono stati coltivati a vite fino agli inizi del Novecento e poi abbandonati, ma – su idea di Nello e Miro – una quindicina d’anni fa si iniziò a pensare al loro recupero: grazie al contributo dell’Associazione per la protezione del patrimonio artistico e architettonico valmaggese (APAV), Robin e compagnia hanno potuto strappare le ceppaie e ripristinare, con l’aiuto di molti volontari, le antiche pergole. La parte difficile non era però finita.

«È dura, lavorare su là: proteggere le pergole dagli attacchi degli uccelli è molto complicato, ma quando riusciamo a vendemmiare, il risultato – nei primi anni un bianco vinificato in anfora e poi un passito di Souvignier gris – è strepitoso. Economicamente non ha senso, a meno di vendere la bottiglia a 100 franchi, ma lo scopo non è quello. Lo trovo una sorta di omaggio alla fatica: quella di chi un giorno ha pensato di farci un vigneto, di chi ci ha lavorato fino a più di cent’anni orsono… e un po’ anche la nostra». 

Prima di tornare su alla Pioda a finire le legature, Robin scorre l’elenco dei lavori ancora da fare: in primis, trasportare gli ultimi ettolitri di vino sfuso rimasti nella vecchia cantina e le relative botti, oltre a una quindicina di barriques e le anfore. Dopodiché, tutto sarà pronto per la prima, emozionante volta di “Cantine aperte”.

Robin Garzoli all'opera nei lavori di legatura
Robin Garzoli all'opera nei lavori di legatura

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