Tempo, denaro, progetti e affetti in alta Vallemaggia
- 11 lug 2025
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A un anno dall’alluvione che ha colpito la Lavizzara e la Bavona, il comitato di BioTicino è andato a incontrare alcuni dei beneficiari degli aiuti del fondo maltempo riaperto lo scorso luglio, per trarre un bilancio dell’operazione e capire come sta evolvendo la situazione. Li abbiamo accompagnati.

Il giro di visite inizia nel primo pomeriggio di giovedì 26 giugno nella stalla di Matteo Ambrosini a Cevio. A raccontarci come stanno procedendo le cose, concentrandosi soprattutto sugli sviluppi agricoli, è suo fratello Nicola Ambrosini.
Come altre persone che incontreremo, Nicola è pompiere volontario e la notte tra il 29 e il 30 giugno del 2024 è intervenuto fin da subito per gestire una situazione ingestibile, occupandosi in particolare del rientro a casa delle persone che si ritrovavano nel tendone per la festa del torneo di calcio sul Piano di Peccia. «C’erano talmente tanti fulmini che la zona sembrava quasi illuminata a giorno», ci dice.
Mentre parliamo, piove e grandina, e di andare fino a Fontana a vedere la stalla dove Nicola non sa ancora se potrà portare le sue capre quest’inverno, non se ne parla proprio. Restiamo lì, vicino alle cuccette vuote dei bovini di suo fratello Matteo, attualmente all’alpe Porcaresc. «Quello che mi servirebbe adesso è un permesso scritto per poter accedere alla stalla in inverno», ci dice. «Non c’è elettricità in Bavona e per non far gelare l’acqua bisogna avere acqua corrente a Fontana. Adesso le capre sono all’alpe nei Grigioni. Ma poi?». Lo scorso inverno ha portato le sue capre in 5 stalle diverse, tra Ticino e Grigioni. Lui, a differenza d’altri, non ha subito grossi danni ma l’incertezza per quello che succederà in futuro lo preoccupa.
Massi enormi, mai visti prima
Nella seconda tappa di giornata, tra Fontana e Mondada, proprio dove c’è il maggiore accumulo di massi in Bavona, incontriamo Raffaele Speziale e Giacomo Fiori. Con Raffaele avevo parlato già un anno fa e mi aveva impressionato per come aveva reagito. È vero, il progetto di spostare la stalla a San Carlo lui ce l’aveva già in testa da un po’, ma un conto era decidere tempi e modi, un altro trovarsi invece a doverlo fare il prima possibile. «Su carta è già tutto definitivo», ci dice Raffaele, «Il 23 luglio ci sarà l’incontro con la Sezione dell’agricoltura». Quest’inverno ha potuto lasciare le sue vacche nutrici in valle, ma non crede sia una soluzione percorribile sul lungo periodo. «Dall’ok, poi ci vorranno ancora due anni», ci dice. È tranquillo anche se non sa «che cosa vuol dire costruire una nuova stalla, a che cosa si va incontro», perché è la prima volta che lo fa. Nel suo caso gli aiuti hanno funzionato piuttosto bene, con le assicurazioni, la catena della solidarietà e gli interventi per trovare il foraggio che è venuto a mancare. «È chiaro che con la compravendita per la nuova stalla, qualcosa di debito è rimasto», conclude. Ora si tratta anche di capire fino a quando verranno concessi i pagamenti diretti anche in assenza di terreni da gestire.

In val di Peccia
Dopo aver lasciato gli enormi massi della Bavona, e i diversi turisti che si fermavano a fotografarli, siamo saliti a Menzonio, per vedere i danni provocati da una frana ad un muro portante accanto alla stalla di Giacomo Fiori, per poi partire alla volta del Piano di Peccia.

Sull’uscio della sua casa incontriamo Elio Biadici. La scena è surreale: guardando casa, stalla, e i sassi della frana nel mezzo si ha una sensazione di immobilità. La stalla, anche se è ancora in piedi, è totalmente sventrata e all’interno si cammina su un sottile strato di sabbia. Sabbia che è ancora ben visibile tra gli ingranaggi dei macchinari. La casa in compenso, se si escludono i danni ad alcune strutture esterne, a un primo sguardo sembra ancora integra. Ma non è così. La famiglia Biadici lì non potrà più tornarci e leggere i nomi Elio e Christine, scritti su una pioda poggiata allo stipite della porta, spezza il cuore. L’abitazione è in zona rossa e dovrà essere demolita e, ironia della sorte, Elio dovrà partecipare nella misura del 20% ai costi di demolizione. Malgrado la casa si trovi ora in zona rossa e verrà demolita, l’assicurazione riconosce solo i danni effettivi e non il danno totale. «Con la stalla, che è stata considerata “danno totale”, mi è andata meglio», ci dice. I risparmi di una vita sono svaniti. Elio ha una decina d’asini e, oltre che sui suoi beni e sulle sue finanze, l’alluvione ha inciso molto sulle tempistiche per lo sviluppo dei progetti futuri. «Andando in pensione anticipata l’intenzione era di aumentare il numero di animali, prendendo anche alcune “nutrici”, anche perché il figlio aveva l’intenzione di prendere in mano l’azienda. Però avevamo ancora dieci anni per cedergliela…». Adesso invece i tempi si sono ristretti, e di molto. Lui, come Raffaele Speziale e Ivan Mattei, è costretto a delocalizzare, ma non solo l’azienda, anche l’abitazione. Al momento però non sa quale sarà il suo budget e a distanza di un anno le pratiche aperte sono ancora molte. L’unica certezza è che con la delocalizzazione perderà moltissimi metri cubi di fabbricati. A pesargli inoltre c’è l’enorme carico burocratico, pensava che sarebbe filato tutto liscio, ma le cose non stanno andando come previsto. È grande lo sconforto di Elio. Anche lui, parlando, torna alla notte tra il 29 e il 30 giugno scorso. «Abbiamo iniziato a sentire dei colpi contro i muri e pensavamo fosse la grandine, invece erano i sassi che colpivano la casa».

Progetti per ripartire
L’ultima persona che incontriamo giovedì con il comitato di BioTicino è Ivan Mattei, 40 anni, che ci accoglie con sua moglie Larissa in quella che prima dell’alluvione era la struttura di ricezione agrituristica della sua azienda. Ivan alleva mucche nutrici che al momento sono all’alpe Serodano. Sul Piano di Peccia lui e la sua famiglia gestiscono 45 ettari di terreno e, parallela alla struttura in cui ci troviamo, c’è l’ampia tettoia in cui Ivan tiene i mezzi agricoli e le balle di fieno. «L’acqua arrivava all’altezza della quinta fila di balle», ci dice. Tutti i macchinari, compreso il trattore di cui aveva appena finito di pagare il leasing, erano inutilizzabili, sommersi dal fango e con la sabbia che era entrata in tutti gli ingranaggi.
Ivan è molto determinato nella sua esposizione: fin da subito, con sua sorella, si è mosso in prima persona per mostrare a tutti quanto accaduto in valle e per capire come poter ripartire e da dove. Ci dice che è ormai passato un anno e che lui «nel 2028 vuole iniziare a costruire». E anche se le zone rosse definitive di pericolo non sono ancora state definite, lui sa che lì non potrà rimanere. Fin da subito ha iniziato a pensare a dove spostare l’azienda per ripartire. Nell’anno trascorso ha elaborato due varianti. Dopo che la prima non è andata in porto, adesso sta valutando la seconda. Nonostante i diversi ostacoli, ci ripete più volte che «resta fiducioso». Anche se per lui, che sotto il salto della cascata della Crosa ci è cresciuto, pensare di avere un altro paesaggio davanti agli occhi è quasi impossibile da immaginare.
L’alpe Bolla e Froda
Venerdì mattina, ritrovo Ivan che mi accompagna con il Pick-up fino al caseificio dell’alpe Bolla e Froda, quest’anno solo parzialmente caricato con le capre dell’azienda Ernst e alcune vacche nutrici. Lui è molto contento della strada di collegamento ripristinata, io un po’ me la faccio sotto. Nel tragitto Ivan mi racconta anche del recupero con l’elicottero, lo scorso anno, delle vacche della Brunella e di come sono funzionate le comunicazioni con i diversi attori coinvolti per pianificare il futuro della sua azienda. È tutto molto complicato. Mentre saliamo vediamo ancora, in tutti i riali laterali della valle, il materiale scaricato durante l’alluvione dello scorso anno. Quando arriviamo all’alpe, Nelson Ernst ha appena finito di pulire il caseificio. È da solo. Con lui c’è un pastore che adesso però è in giro con le capre. La caldera nuova di zecca da oltre 2’000 litri è vuota, ne usa una più piccola per lavorare il latte delle sue capre. Ci accompagna in cantina a vedere le formaggelle che ci mostra con la giusta soddisfazione. Penso al coraggio e alla tenacia che ci vogliono per fare quello che sta facendo e mentre torniamo in valle con Ivan discutiamo del futuro dell’alpe. Una volta tornati sul Piano di Peccia mi dice: «Sai, qui, si era anche creata una bella collaborazione con il grotto di Còrt e i clienti dell’agriturismo». Adesso il grotto è chiuso. Restano l’insegna e delle sedie impilate davanti all’entrata. Ci guardiamo attorno. «Mi dispiace vedere il paesaggio così: sembra che in un anno non sia cambiato niente».
Adriano Bagnovini e Prisca Donati
Nel pomeriggio riesco un po’ all’ultimo a contattare Adriano Bagnovini, anche lui con una stalla sul Piano di Peccia, e Prisca Donati che per oltre un mese è rimasta senza la strada d’accesso alla stalla che si trova sulla sponda sinistra della Maggia, poco dopo Broglio.
Per spiegarmi dove trovarlo, Adriano mi dice «è la stalla a sinistra dei coni di deiezione». Era dalle scuole medie che non sentivo parlare di coni di deiezione. La sua stalla è poco sopra quella di Elio Biadici, ed è stata risparmiata dalla frana per pochi metri. Adriano ha però perso l’80% delle superfici che gestiva. Fa tutto da solo in azienda, mi dice, «e oramai, visto che non manca molto alla pensione, sto cercando qualcuno che la rilevi». Vicino alla stalla ci sono alcune manzette, le vacche da latte invece sono appena salite all’alpe. Mentre mi fa vedere la stalla e il caseificio, parliamo di come sono stati distribuiti gli aiuti. Adriano ha le sue idee. «Secondo me bisognava fare tutto passo passo, vedere che cosa hanno pagato le assicurazioni, anche in base a come uno era assicurato, poi capire che cosa aveva ridistribuito la Catena della Solidarietà e poi, con quei dati in mano, si poteva decidere come assegnare i soldi dei diversi fondi rimasti». Adriano crede molto nell’allevamento di vacche da latte e ha le idee ben chiare anche su come andrebbe gestita la pianificazione.

Verso sera incontro Prisca Donati, che ha la sua stalla con capre, qualche mucca e i cavalli, subito dopo il nucleo di Broglio, scendendo verso Bignasco. Come detto, dopo l’alluvione, la strada attaccata al versante è crollata nel fiume e per circa un mese non poteva più passare né con l’auto, né con le capre. «Cara grazia che ho spostato i cavalli quella sera lì, perché ho dato retta a mia mamma», è una delle prime cose che mi dice. Prisca fa un doppio lavoro, contadina e camionista. «Spesso non ho potuto partecipare agli incontri informativi che hanno organizzato», mi dice, ma anche secondo lei, sarebbe servita forse più trasparenza sugli aiuti distribuiti e sui criteri adottati, ma non ci fa troppo caso. Come molte delle persone incontrate, si è data da fare da sola e, anche con l’aiuto della sua famiglia, tutto quello che potevano fare da soli l’hanno fatto «Poi, sì, certo, c’era la questione dei guadi provvisori per attraversare il fiume, che non appena pioveva un po’ continuavano a saltare». «Per lo smercio», mi dice infine, «mi hanno aiutato molto altre aziende agricole: del Malcantone, del Luganese, della Riviera e dell’Onsernone». E sottolinea la grande solidarietà dimostrata anche al di fuori della valle.
La questione delle priorità
Incontrando ad un anno di distanza alcuni dei contadini colpiti dall’alluvione, ci si è potuti render conto di quanto possano essere diverse situazioni all’apparenza simili. Se quasi tutti hanno manifestato un senso di sollievo dovuto alla coscienza che poteva andare anche peggio, sono emerse anche molte preoccupazioni legate ai tempi e ai modi delle bonifiche future, alla precarietà di molti guadi provvisori per far passare il bestiame sui diversi corsi d’acqua e anche a quanto verranno considerate le esigenze del settore agricolo. Dai vari incontri, anche se non sempre in visioni condivise, è emersa l’immagine dell’intero settore agricolo in Lavizzara e Bavona che include anche diversi modi di fare agricoltura, agriturismo o di smerciare i propri prodotti. Senza dimenticare la sorte dell’alpe Bolla e Froda. Molti degli agricoltori incontrati hanno auspicato un maggior coinvolgimento del settore agricolo nella progettazione e anche una maggiore trasparenza nella redistribuzione degli aiuti così come, in alcuni casi, più attenzione nelle modalità di comunicazione. Tutti ben consci che sono molti gli attori coinvolti e che le scelte si fanno in base alle priorità, con la speranza che queste priorità siano di tutti e non solo di alcuni.
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