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Un alpe che rivive grazie al ricordo di due fratelli

  • 5 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

È stata una giornata emozionante e commovente quella di sabato 23 agosto a Campala. All’inaugurazione delle nuove strutture dell’alpe che domina la Val di Prato c’erano più di 200 persone e, tra i discorsi ufficiali e i momenti conviviali, sono emerse soprattutto la passione e la tenacia di Michele e Cristiana Mignami che con il loro lavoro mantengono viva una tradizione secolare.


L'alpe Campala, piena di gente, sabato 23 agosto. Sullo sfondo il Pizzo Campo Tencia. Foto: Giada Vedova.
L'alpe Campala, piena di gente, sabato 23 agosto. Sullo sfondo il Pizzo Campo Tencia. Foto: Giada Vedova.

Non è di certo un momento facile per l’allevamento del bestiame minuto in Ticino, tanto meno in Valle Maggia dove in questa stagione già ben quattro alpi sono stati scaricati in anticipo a causa delle predazioni da lupo e il ricordo del nubifragio dello scorso anno è ancora vivo nella memoria di tutti. Ma nonostante questo, l’inaugurazione delle nuove strutture di Campala, rinviata di un anno, è stata una splendida giornata di festa, baciata dal sole, a cui han partecipato davvero in molti. C’è stato chi è salito a piedi e chi in elicottero, per celebrare la recente rinascita di un alpe e per far sentire la propria vicinanza e il proprio sostegno a Cristiana e Michele che stanno facendo un lavoro straordinario.

 

La Val di Prato e i suoi sei alpi

Sul territorio molto vasto della valle, che dal villaggio di Prato si apre verso il Pizzo Campo Tencia e la Corona di Redorta, su una superficie di 300 ettari si trovano ben 6 alpi: Partüs, Larecc, Campo, Fontana, Soveltra e, appunto, Campala. Come chiarito da Antonio Mignami, presidente del Patriziato di Prato Vallemaggia, si tratta di «territori che hanno segnato la storia della valle. Nel ‘500 e nel ‘600 costituivano la principale fonte di approvvigionamento per chi viveva a Prato». E per fare un confronto tra i numeri di capi che salivano sui pascoli montani all’inizio del secolo scorso e quelli attuali basta dire che in poco più di un secolo si è passati «dai 700 capi di inizio ‘900, quando ancora tutti gli alpi eran caricati, all’attuale novantina (70 capre e 10 vacche nutrici coi loro vitelli)». Campala è stato caricato in maniera tradizionale con capre e mucche da latte fino al 1994 da Cornelio Mignami, il papà di Michele. Per diversi anni gli alpi della Val di Prato sono stati caricati soltanto con pecore, capre asciutte e vacche nutrici fino al 2007-2008, quando è nata l’idea di un nuovo progetto di sviluppo paesaggistico. Dopo un percorso, durato più di un decennio, si è arrivati alla costruzione di una teleferica per il trasporto di materiali e alimenti; la costruzione della nuova cascina, che ospita i gestori dell’alpe e il caseificio e il restauro della cantina nel corte di fondo, oltre a tutta una serie di interventi sui diversi alpi della valle, per un investimento di 1 milione e 700’000 franchi. Per una panoramica dettagliata sulla storia e su quanto fatto in questi ultimi anni in Val di Prato consigliamo una visita al sito: www.valdiprato.ch


Cristina e Michele, in uno dei rari momenti di calma durante la giornata. Foto: Giada Vedova.
Cristina e Michele, in uno dei rari momenti di calma durante la giornata. Foto: Giada Vedova.

 

Tutta la forza e la passione nelle parole di Michele Mignami

Tra i diversi interventi della giornata il più toccante, per sincerità e vigore, è stato senz’altro quello di Michele Mignami. Sia lui che Cristiana in più momenti hanno dovuto trattenere le lacrime che sgorgavano spontanee, pensando alle stagioni trascorse in un misto di amore e sacrifici a Campala.

 

«Sono salito qui per la prima volta a 4 anni, con mio nonno Lino e poi con mio papà fino all’adolescenza. Adesso sono 10 anni che con Cristiana abbiamo ripreso l’alpe con le capre. Volevo tornare qui dove sono stato bene e oggi vedo le mie bestie che mi sorridono, con l’animo sereno. Per fare questo lavoro, bisogna avere il fuoco sacro dentro. Io faccio fatica, e molta, ma alla sera sono soddisfatto perché so di aver dato tutto». Per far capire che cosa significhi per lui la nuova struttura, ha poi detto che avere la possibilità di fare una doccia calda, alla sera, per poi ripartire il giorno dopo, è qualcosa di impagabile. «Ma per portare avanti tutto questo serve un cambio di passo. È necessario che la politica agricola renda attrattiva questa professione formando nuovi talenti», capaci e disposti a prendere il testimone di un’attività preziosa e purtroppo poco riconosciuta. L’invito conclusivo di Michele a cantare la montanara tutti insieme ha coinvolto i presenti e contribuito a creare uno spirito comune di condivisione davvero emozionante. Gabriele Dazio, sindaco di Lavizzara, in seguito ha sottolineato l’importanza «della volontà di non arrendersi e continuare a mantenere un legame profondo e attento con la montagna, sempre più spesso minacciato da logiche estranee e politiche distanti». Prima della messa per la benedizione dell’alpe è stata poi la volta di due dei progettisti dei lavori di recupero, Moreno Wildhaber, architetto, che si è occupato in particolare della progettazione della cascina, e di Emanuele Dazio, ingegnere forestale, che ha chiarito alcuni dettagli sulle specifiche della teleferica e sulla sistemazione del sentiero. Wildhaber si è detto molto soddisfatto di aver «contribuito con il progetto della cascina al mantenimento di una tradizione agroalimentare specifica, che va contro il generale appiattimento che, purtroppo, è sempre più parte integrante della nostra società». Ha ringraziato gli operai che hanno svolto il lavoro pernottando lì e chiarito come la scelta di utilizzare sassi presi dai diroccati presenti in zona e composti sulla facciata come si faceva un tempo, «è stata ben precisa per creare sì qualcosa di nuovo, ma che non disturbasse l’ambiente circostante».

 

Cristiana Vedova, onnipresente durante la giornata, ha punteggiato i diversi interventi evidenziandone la rilevanza. Ed è stata proprio lei a sottolineare, con una breve frase, come tutto questo lavoro di recupero sia stato possibile solo grazie ai ricordi, mitici, di due fratelli Michele e Rita che dalla memoria delle estati passate all’alpe da bambini, credendoci e rivivendola dentro di loro, hanno fatto sì che l’alpe Campala tornasse a vivere. Un atto di riconoscenza a tutte le persone che, nei secoli passati, con impegno, dedizione e fatica, hanno operato nella Val di Prato, prendendosi cura del territorio, modellandolo con saggezza e rispetto, e lasciandoci in eredità un paesaggio prezioso, ricco di storia, bellezza e valore.

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