Un ritmo invertito per l’allevamento caprino
- 20 feb
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Parti in febbraio, capretti a Pasqua, formaggio d’alpe in estate: l’allevamento caprino ticinese ha seguito da sempre un ritmo scandito dalle stagioni e dalla tradizione. O almeno, lo è stato finché le condizioni lo hanno permesso. Alla Fattoria dal Piz di Claro, la “destagionalizzazione” segna l’inizio di una nuova gestione.

Nei secoli le capre alpine sono state selezionate per vivere in semi-libertà, sfruttando al meglio le risorse del territorio e contribuendo alla cura del paesaggio. Il lungo periodo al pascolo permette di contenere i costi e garantire un buon livello di benessere animale. Un sistema che purtroppo inizia a mostrare i suoi limiti. Allevare capre oggi significa confrontarsi con nuove pressioni – ambientali, normative e sociali – che obbligano i caprai a rimettere in discussione tutto.
È quanto accaduto alla fattoria dal Piz di Claro. Flavia Anastasìa e Mattia Waser, di fronte a una situazione diventata insostenibile, hanno deciso di cambiare la gestione del proprio allevamento caprino. «Restiamo caprai», sottolinea Flavia Anastasia, «custodi di una razza rustica, di un paesaggio e di un modo di vivere la montagna che rischia di scomparire. Questo cambiamento di gestione è un adattamento per continuare a fare il nostro mestiere senza perdere identità».
Un nuovo sistema di gestione
Quando mi reco alla fattoria di Claro, a inizio febbraio, le loro capre sono in piena fase di “destagionalizzazione”. Ma di cosa si tratta? Da dicembre 2025 la stalla a Claro viene illuminata artificialmente per 16 ore al giorno, dalle sei del mattino alle dieci di sera, simulando le lunghe giornate estive. A cosa serve? A “ingannare” il loro ritmo naturale e posticipare l’entrata in calore.
L’obiettivo della destagionalizzazione «è quello di far partorire le capre in autunno anziché in inverno, spostando così la fase di lattazione», mi spiega Flavia Anastasìa. Il perché è semplice: «Da giugno a settembre le capre salgono all’alpe Montoia, sopra Indemini, sul versante ovest del Tamaro, ma la differenza quest’anno sarà sostanziale perché le capre non saranno in lattazione, e non dovendo più mungere all’alba, le capre potranno uscire prima dal recinto e brucare nelle ore fresche del mattino. Noi avremo il tempo per vegliare sugli animali durante le giornate siccome non dovremo produrre il formaggio in quota».
La produzione di formaggio si concentrerà quindi nei mesi invernali e primaverili, permettendo di offrire prodotti per un periodo più lungo, e soprattutto, senza concorrenza diretta nei mesi in cui la maggior parte delle aziende caprine non produce latte. «I formaggi verranno casati in azienda e, insieme ad altri prodotti, verranno venduti direttamente attraverso il nostro self-service a Claro o in piccoli negozi e ristoranti della regione. Anche i capretti, non saranno più disponibili per Pasqua, ma per Natale».

Un’idea maturata nel tempo
L’idea non è nata dall’oggi al domani, ma è maturata di fronte a nuove condizioni che incidono direttamente sull’allevamento. La parola “destagionalizzazione” è arrivata quasi per caso, durante una discussione tra allevatori. Prima di decidere, Flavia e Mattia sono andati a vedere di persona. «Alla scuola agraria del Plantahof, a Coira viene applicata da anni e con successo su capre striate grigionesi» mi spiega Flavia, «mentre in alcune realtà del Nord Italia, questo sistema è adottato in forme diverse e per un tipo di allevamento più intensivo. Volevamo capire se la costellazione reggeva davvero», afferma, «e soprattutto se poteva funzionare anche con una razza rustica e in un contesto di montagna come il nostro».
Con la destagionalizzazione anche il cane trova il suo spazio
In questo nuovo assetto trova posto anche una scelta a lungo desiderata: il cane da protezione. In passato la forte frequentazione del sentiero Tamaro–Lema rendeva la decisione delicata: «Introdurre un cane da protezione in un contesto così turistico richiede tempo, presenza e responsabilità. Con l’impegno quotidiano del caseificio in alpe, sarebbe stato difficile seguirlo adeguatamente. Quest’anno, con una stagione produttivamente “vuota”, di adattamento, era il momento giusto, perché avremo il tempo di seguire sia lui sia le capre», mi spiega Flavia. «Si tratta di un Cão de Gado Transmontano, razza portoghese selezionata per la difesa del bestiame». E prosegue «Le capre sono calme, noi siamo più sereni. La costellazione, quest’anno, funziona. Le capre ci hanno messo due o tre settimane ad abituarsi alla presenza del cane, poi l’equilibrio si è creato e lui è molto tranquillo».
Una scelta necessaria, quella di prendere un cane, soprattutto dopo l’ultima predazione.
Tra i pascoli: lupi e restrizioni
Per comprendere la loro scelta di cambiare gestione dell’azienda, bisogna fare un passo indietro, e tornare al 2022.
Come per molte altre aziende, la loro gestione stagionale era ben definita: in estate le capre salivano in alpeggio, mentre in autunno gli animali venivano portati sui monti di Claro, dove pascolavano nei boschi e si nutrivano di castagne prima dell’inverno. Il punto di svolta arriva nell’estate del 2022, quando il lupo compare sulle montagne di Claro, predando numerose pecore. «Il lupo non è arrivato direttamente da noi, ma abbastanza vicino da cambiare comunque tutto», racconta Flavia, «e anche noi abbiamo iniziato con i recinti notturni, abbiamo assunto un pastore, per il quale inizialmente ricevevamo dei contributi dalla Confederazione, ma le notti erano sempre più corte e più tese. Le misure di protezione funzionano, sì, ma a caro prezzo e le conseguenze non sono solo emotive».
Durante le estati calde le capre pascolano soprattutto nelle ore notturne, quando le temperature sono più fresche e il recinto notturno impedisce loro di alimentarsi proprio in quei momenti. «La capra ticinese non è una campionessa di produzione: ogni litro di latte conta», spiega Flavia. «E d’estate mangia quando fa fresco. Più erba mangia, più latte produce, una regola semplice, ma fondamentale». Il risultato è una reazione a catena: meno pascolo, meno latte, animali che dimagriscono, più problemi sanitari e più lavoro, sia di sorveglianza che di pulizia.
«Ci siamo così ritrovati a far pascolare le capre sotto sorveglianza fino alle undici di sera, la torcia avanti e indietro, con l’ansia che ci accompagnava ad ogni riflesso nel buio. Vedi due occhi e non sai se è un cervo o un lupo». Una tensione difficile da sostenere nel lungo periodo. A questo si aggiungono altri episodi, tra cui, lo scorso settembre, una predazione in pieno giorno, lungo il sentiero che collega il Monte Tamaro al Monte Lema. «Il fatto che il lupo abbia attaccato di giorno, sotto il sole, lungo un sentiero noto, ci ha colpiti profondamente. Prima predava solo di notte. Ora sta modificando le sue abitudini e sembra non avere più paura dell’essere umano. Dopo questa predazione abbiamo scaricato l’alpe in anticipo. È stato troppo».
Il divieto di pascolo nel bosco
Ma la presenza del lupo non è stato l’unico elemento a far pendere la bilancia. C’è un secondo fronte, meno visibile ma altrettanto determinante, che ha spinto l’azienda verso un cambiamento radicale: il divieto di pascolo nel bosco. «Si tratta di una legge nata nel secolo scorso quando il numero elevato di capre impediva la rigenerazione del bosco. Allora aveva senso. Oggi però la situazione è diversa, ma la norma viene applicata senza possibilità di dialogo o adattamento. Oggi il problema non è più il sovrasfruttamento, ma spesso l’imboschimento incontrollato e la conseguente perdita di superfici aperte. Per l’azienda, il pascolo autunnale nei boschi rappresentava una fase fondamentale: un periodo di transizione in cui le capre, senza produrre latte, recuperavano energie, si muovevano liberamente e si preparavano alla stagione dei parti». Dal discorso di Flavia si capisce che, con il divieto, questo tassello annuale viene a mancare, e la obbliga a tenere le capre in stalla già dall’autunno, con i costi che ne derivano.
È dall’accumularsi di questi fattori che matura la consapevolezza che il modello tradizionale, così come era stato praticato fino a quel momento, non era più sostenibile. La destagionalizzazione è un progetto concreto e racconta bene le sfide dell’allevamento caprino in Ticino, e non solo: la necessità di adattarsi alla realtà, di reinventare modelli che per secoli hanno funzionato, ma che ora devono fare i conti con un contesto profondamente cambiato. Non sempre con il vento, e la politica, a favore degli allevatori.
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