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«Una bella serata» per parlare di agricoltura

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Grazie all’ospitalità di Luca e Albertine, l’incontro di sabato sera a Rompiago con Blaise Hofmann, autore del libro Il senso della terra, pubblicato da Casagrande, si è trasformato in un momento magico in cui le considerazioni espresse nel volume si sono incrociate su più piani e a più riprese con la realtà agricola capriaschese.

Da sinistra: Piera Gianotti Rosenberg, Albertine Ferracin, Blaise Hofmann, Luca Ferracin e Flavio Spigolon, all’Alpe Rompiago.
Da sinistra: Piera Gianotti Rosenberg, Albertine Ferracin, Blaise Hofmann, Luca Ferracin e Flavio Spigolon, all’Alpe Rompiago.

Alla prima presentazione del libro di giornata, quella delle 11 da Casagrande a Bellinzona, sono emerse considerazioni interessanti da parte dei presenti; in molti conoscevano già il libro uscito in italiano nell’ottobre 2025 e si è creato un bel confronto con Blaise Hofmann che ha sottolineato la necessità sempre più urgente, per città e campagna, di ritrovare un dialogo. Per farlo è fondamentale considerare tutte le sfumature delle diverse realtà agricole, le nuances, come ha detto lui. «Perché in Svizzera ci sono sono circa 47’000 aziende agricole e ognuna di loro fa un tipo d’agricoltura diversa», prima di riunire tutti i contadini nello stesso mazzo, vale quindi la pena fermarsi e riflettere un po’.

Si è discusso anche di prezzo del latte, di aziende che smettono di mungere, di isolamento relazionale dei contadini, di che cosa significhi essere contadine, di grande distribuzione, di agroindustria e della differenza fondamentale che passa tra l’utilizzare la parola “fitofarmaci” al posto di “pesticidi”. In sostanza non s’è fatto altro che discutere un po’ dei temi che vengono indagati e approfonditi all’interno del libro e di cui abbiamo già parlato ampiamente sul giornale, ma che vale sempre la pena ripercorrere

Tra le altre cose, il volume in un passaggio preciso sottolinea anche come «nel complesso, i giornalisti e il grande pubblico non si interessino molto alla pratiche quotidiane degli agricoltori; vanno però matti per le polemiche, gli scandali, le intossicazioni alimentari o l’inquinamento dei fiumi», ed è stato anche per questo motivo che, seguendo l’invito di Ivana Rezzonico, incontrata a Rompiago sabato sera in occasione della seconda presentazione di giornata, ho deciso di dedicare l’apertura di questo numero dell’Agricoltore Ticinese proprio agli incontri con Blaise Hofmann. «Allora aspettiamo l’articolo», mi ha infatti detto Ivana poco prima che me ne andassi. Io le ho risposto che non sapevo ancora quale sarebbe stato l’articolo d’apertura. «Ci sono la siccità, la Popillia, la scarsità di foraggio, le grandinate», le ho detto e lei mi ha risposto. «Ma noi contadini lo sappiamo già che ci sono tutti quei problemi lì, parla di una bella serata come questa, dai».


Un meraviglioso luogo d’incontro, ricco di storie e significati

«Benvenuti all’alpe»: ha salutato così tutti gli ospiti, una cinquantina, Albertine, la moglie di Luca, aggiungendoci uno dei suoi grandi sorrisi. Ed è stato davvero un gran bel modo di essere accolti. L’Alpe Rompiago si trova a 1’275 m di quota sulle pendici del Monte Bar e da lì si vedono, tra le altre cose, il golfo del lago di Lugano e i Denti della Vecchia. Luca Ferracin, dopo una breve parentesi tra la gestione di Renzo, Ivana Rezzonico e Francesco Mariani, ritira l’azienda Grom a Bidogno nel 2019, e qualche anno più tardi ha iniziato a caricare anche l’Alpe Rompiago, «In fondo era la cosa più naturale, con l’azienda qui sotto, caricare qui», mi ha detto tempo fa, «anche se i pascoli sono più da capre che da mucche da latte». E Grom in qualche anno era riuscita davvero a distinguersi nella produzione casearia e a crearsi anche un bel mercato. Purtroppo – è cosa nota, e si torna anche qui a sottolineare come e quando la stampa si occupa d’agricoltura – l’incendio della stalla nel 2024 ha rappresentato per tutta l’attività una brusca battuta d’arresto. A settembre, se tutto va bene, dopo circa due anni e diverse difficoltà, le mucche di Luca dovrebbero finalmente tornare nella sua stalla. Ma dopo questo breve inquadramento, per spiegare la storia recente, vale soprattutto la pena parlare della presenza di diversi contadini e allevatori capriaschesi alla serata, oltre a Renzo e Ivana Rezzonico, c’erano anche Niculìn Gianotti e sua moglie Eveline e, a presentare Blaise Hofmann e a leggere alcuni brani del suo libro, Piera Gianotti, attrice e drammaturga, che fino a qualche anno fa ha cercato di tenere le Nere Verzasca della sua famiglia, ma conciliare la sua attività di attrice e drammaturga con quella di allevatrice è risultato purtroppo impossibile. Resta però ancora viva la passione che dalla Bregaglia del Niculìn è passata a sua figlia e in qualche modo è arrivata a Luca – già docente di storia e col diploma in agricoltura preso a Mezzana nel 2018 – che, oltre ad aver acquistato la stalla dai Rezzonico, ha ripreso la gestione di una parte dei terreni di Niculìn Gianotti e continua a fare il contadino, il Paesan, o il Paysan del titolo originale del romanzo di Blaise Hofmann. E sono quelle due parole lì, quelle fondamentali: Fare e Contadino. Sì, perché in un momento in cui tutti sembrano sapere che cosa dovrebbe fare o come dovrebbe essere l’agricoltura, a fare e a voler fare i contadini sono, purtroppo, in pochi.

Perché, per riprendere ancora una volta un passaggio del libro di Hofmann, letto da Piera sabato sera: «La società moderna è basata su principi che sono completamente estranei al contadino. Non è un mestiere da self-made men arricchiti, da arrivisti o alla “son partito da zero” o “il mio successo lo devo solo a me stesso”. Si entra a far parte di una lunga tradizione, si diventa anelli di congiunzione nella trasmissione di una terra, di un mestiere. Ma in fondo è davvero un mestiere? Alcuni parlano di “vocazione”, e sicuramente esiste una sorta di chiamata, di missione, così come la richiesta di un coinvolgimento totale, ma questa passione è acquisita, trasmessa e si rafforza col tempo. All’inizio è come se fosse un dovere (si seguono i genitori), poi, man mano che si conosce la propria terra, ci si sente sempre più legati e si sviluppano connessioni profonde con l’ambiente, gli animali e la natura in generale».


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