Valorizzare la lana: una sfida aperta
- 10 apr
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Mercoledì 25 marzo, alla Città dei mestieri di Bellinzona, una serata organizzata nell’ambito del progetto AgriTer ha riportato l’attenzione sulla lana. Quella che si tosa, si mette nei sacchi, si lavora e si prova a vendere. Sul mercato vale poco, ma nelle mani di chi la trasforma continua a mostrare possibilità.

La serata è nata proprio da qui. «È un incontro dedicato a un prodotto che accompagna l’uomo da secoli, ma che negli ultimi decenni è stato sottovalutato», ha detto Gianluca Giuliani dello studio Flury & Giuliani, che con Alma Sartoris dello studio TRE Territorio Raum Espace, attivi nella partecipazione e nella valorizzazione del territorio, ha introdotto l’appuntamento. L’idea era semplice: mettere nella stessa stanza chi la lana la conosce, la raccoglie, o prova ancora a valorizzarla: «La lana non è sparita, solo che troppo spesso non trova uno sbocco sostenibile».
Un tema emerso dal territorio
AgriTer è un progetto territoriale pensato per capire di cosa necessita il settore agricolo per promuovere nuova forza, visione condivisa e spazio sul territorio. Promosso dal Comune di Capriasca e dalla Città di Lugano, in particolare la Val Colla, con il sostegno della Sezione dell’agricoltura del Cantone Ticino e dell’Ufficio federale dell’agricoltura, «è uno strumento di politica agricola applicato per la prima volta dopo una sua riforma in Ticino», ha spiegato Gianluca Giuliani, che ha continuato: «abbiamo osservato uno squilibrio tra i tre elementi centrali del territorio: le zone urbanizzate, il bosco e l’agricoltura. Se i primi due risultano forti e ben strutturati, l’agricoltura appare invece più fragile, stretta tra l’espansione dell’abitato e un bosco sempre più presente».
Nel corso di tre workshop con agricoltori, patriziati e rappresentanti della società civile sono emersi temi molto concreti: accessi alle superfici, alpeggi, infrastrutture, commercializzazione. E tra questi è comparsa anche la lana. «È uscita come un tema specifico», ha detto Giuliani, «allora abbiamo capito quanto fosse necessario organizzare una serata per mettere in relazione le persone che se ne occupano». L’obiettivo è quindi quello di creare connessioni.
Un prodotto di qualità che parte già in perdita
Uno dei problemi, in fondo, è questo: la lana ticinese c’è, è di buona qualità, ma vale economicamente troppo poco. E la perdita comincia subito, ancora prima che qualcuno pensi di trasformarla, già al momento della tosatura. Come è stato ricordato durante la serata, la tosatura costa attorno agli 8 franchi per pecora e da un animale si ricava circa un chilo di lana, che nei casi migliori viene pagato 80 o 85 centesimi. In altri casi, anche meno. Significa che l’allevatore parte già in perdita.
Dante Pura, presidente della Federazione ticinese dei consorzi di allevamento ovino e caprino, ha ricordato quanto la redditività della lana sia cambiata nel tempo: «Nel dopoguerra un chilo di lana veniva pagato 7.- franchi». «Se si considera l’inflazione», ha aggiunto Giuliani, «quella cifra corrisponderebbe oggi a circa 40 franchi al chilo». Un confronto che spiega bene perché, per molti allevatori, la lana non sia più una risorsa, ma piuttosto un onere da gestire. La legge impone infatti almeno una tosatura all’anno.
Eppure, ha ricordato Dante Pura, il problema non è la qualità della lana ticinese: «Per anni, in Ticino, si è lavorato con lana importata dall’estero, dalla Nuova Zelanda. Poi, nel 2009, dopo la chiusura della centrale svizzera della lana, grazie alla collaborazione tra Pro Verzasca e la Federazione Ticinese dei consorzi di allevamento fu organizzata una prima raccolta di lana indigena in Ticino: il materiale raccolto venne inviato a Biella per essere valutato e il riscontro fu positivo. La lana ticinese risultò di buona qualità».
Incentivi e limitazioni
«In Svizzera, nel 2025, si sono stimate circa 900 tonnellate di lana prodotte in un anno, di cui circa 750 tonnellate raccolte», ha spiegato Sara Derighetti dell’Ufficio federale dell’agricoltura, introducendo il quadro dei contributi federali. Solo una parte, però, ha beneficiato dei sostegni: «circa 300–330 tonnellate». Questo divario dipende da più fattori: «durante il lavaggio si perde una parte importante della materia, non tutta la lana raccolta viene dichiarata per ottenere i contributi e una quota viene esportata all’estero per la lavorazione, e quindi non può essere sostenuta». La perdita di materiale, del resto, è una caratteristica intrinseca della lana: dopo il lavaggio, la quantità effettivamente lavorabile si riduce sensibilmente.
A livello federale esistono oggi due strumenti di sostegno per la lana di pecora. Da una parte ci sono i contributi per la valorizzazione, al massimo 600 mila franchi all’anno, destinati alla valorizzazione della lana indigena. Non sono destinati ai singoli allevatori, ma a organizzazioni attive nella filiera, che raccolgono, lavano e lavorano la lana, e che permettono almeno di garantire il ritiro della lana e un compenso minimo a chi la consegna. In Ticino questo avviene attraverso la raccolta centralizzata in collaborazione con Fiwo, un’impresa sociale con sede ad Amriswil nel canton Turgovia che si occupa della valorizzazione. Fiwo ritira la lana due volte all’anno, dopo la tosatura primaverile e autunnale, indicativamente a metà maggio e a metà dicembre, come riportato ogni anno nelle pagine del nostro giornale.
Dall’altra parte ci sono i finanziamenti per progetti innovativi di valorizzazione della lana di pecora. In questo caso si parla di circa 200 mila franchi all’anno destinati a nuove idee sostenibili e con un reale potenziale economico. «L’idea è sostenere non solo la gestione della lana come materia prima, ma anche lo sviluppo di sbocchi concreti e redditizi» ha spiegato Derighetti. Tra gli esempi citati figurano il recupero della lanolina per prodotti cosmetici e lo sviluppo di diversi tipi di materiali da isolazione. Ha inoltre ricordato che chi desidera avviare un progetto può anche scriverle direttamente, per ricevere un primo orientamento ed eventualmente essere messo in contatto con realtà simili.
La lana lavorata vicino a casa
In Val di Blenio, Bruna Conceprio ha raccontato il lavoro del suo atelier fa firôgna a Corzoneso. Un luogo dove incontrarsi, chiacchierare e produrre insieme. Nel suo atelier, lei lava la lana, la carda, la fila o la trasforma in feltro, per poi crearne pantofole, cappelli o trapunte, sciarpe e maglioni. Il tutto grazie alla sua esperienza da autodidatta e a vecchi macchinari recuperati nel tempo, «preziosi» perché oggi quasi introvabili.
Anche in Verzasca la lana continua a passare di mano in mano. A Sonogno, come ha spiegato Remo Pinana, l’atelier della Pro Verzasca si occupa di tutto il procedimento: dal lavaggio alla tintura, dalla cardatura alla filatura, fino ai prodotti finiti. «Possiamo fare tutto il processo dalla A alla Z». È una realtà che nasce dal passato, dal bisogno di dare lavoro alle massaie della valle, e che oggi continua con «corsi, visite guidate, dimostrazioni e un piccolo negozio. Si continua a cercare collaboratori disposti a imparare lavori come il lavaggio o la filatura».
Entrambi gli esempi mostrano come la lana possa ritrovare valore quando torna a essere lavorata vicino al territorio che la produce. Bruna ha una convinzione molto chiara: «La nostra lana non è da buttare», anzi, è un materiale che continua a offrire possibilità: «La lana è un materiale che in termini di creatività dà molta soddisfazione». E ancora di più perché, dice, «è un prodotto della mia pecora, della mia valle». Certo, il lavoro necessario è molto e il prezzo finale fatica spesso a coprire davvero il tempo investito e i macchinari acquistati. Ma qui il valore non si misura solo in franchi al chilo: si misura anche in passione e in un sapere che rischia altrimenti di andare perduto.
Una domanda ancora aperta
Più che chiudere un discorso, l’incontro ha rimesso al centro una domanda: cosa fare di un materiale in sé prezioso, che sul mercato però vale poco, ma che sul territorio continua a esistere? La lana resta una materia povera in termini economici, ma non per questo marginale. Forse il senso della serata organizzata da AgriTer era proprio questo: non offrire una soluzione, ma mostrare che attorno alla lana esistono ancora competenze, idee e tentativi concreti. Gli incentivi aiutano la filiera, ma non bastano da soli a valorizzarla davvero. È anche per questo che accanto ai contributi restano importanti le esperienze locali di valorizzazione. Creare contatti, far circolare esperienze e capire se possano nascere nuove strade. E forse, proprio per questo, la lana merita di essere guardata con un po’ più di attenzione.
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