Viticoltura ticinese sotto pressione: il Merlot tra clima estremo e mercato globale
- 10 apr
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Le Cantine Riva Morcôte di Lugano, Huber Vini di Monteggio e Fawino di Mendrisio hanno dovuto adattare rapidamente i metodi di coltivazione per proteggere il Merlot.

Nulla è più come prima. Il clima in Ticino è cambiato drasticamente e i vigneti del Sottoceneri sono sotto crescente pressione. Primavere più piovose – quasi il doppio rispetto agli anni ’90 – ed estati torride con punte di 36 °C minacciano non solo la produttività del Merlot, ma la stessa sopravvivenza del settore vitivinicolo. Negli ultimi anni molte cantine hanno chiuso i battenti e numerosi appassionati hanno abbandonato la coltivazione, mentre altri hanno dovuto moltiplicare le ore in vigna, investire in nuove attrezzature e potenziare le risorse aziendali. A dominare è un solo fattore: il cambiamento climatico, che sfida senza tregua enologi e viticoltori.
Peronospora: il tallone d’Achille delle Cantine Riva Morcôte
L’azienda, attiva da oltre un decennio nella produzione di vini naturali – tra cui il Merlot 16 Lune, premiato al Mondial du Merlot & Assemblages – deve oggi fare i conti con la crescente pressione della peronospora. Secondo Agroscope, oltre il 95% dei vigneti ticinesi è sensibile a questo fungo, contro circa il 50% negli anni ‘90.

«Negli ultimi anni ci ha colpito pesantemente», spiega Patrick Ballabio, uno dei titolari. «Le precipitazioni si sono intensificate tra maggio e giugno, proprio durante la fioritura, quando avviene la fecondazione dei fiori, da cui si svilupperanno gli acini». Per contenerla, l’azienda ha dovuto aumentare i trattamenti in vigna, una sfida resa ancora più complessa dal metodo biologico adottato da dieci anni. «Abbiamo sempre creduto nella viticoltura biologica, usando prodotti a base di rame, zolfo e altri preparati certificati», spiega Marco Citran, l’altro proprietario. «Sono però agrofarmaci di contatto: con le piogge continue si dilavavano da foglie e grappoli, costringendoci a intervenire più spesso».
Gli effetti si leggono nei numeri: dagli otto trattamenti pre-2010 si è passati a quattordici nel decennio successivo, fino a un picco di venticinque nel 2023, con costi più alti e giornate extra in vigna. «Abbiamo comprato più prodotti antifungini, sostenuto maggiori spese per il carburante dei macchinari in vigna e spesso lavorato nei fine settimana», continua Citran, «con inevitabili ripercussioni sul morale dei dipendenti».
In crisi il sistema biologico
Il modello di coltivazione sostenibile dell’azienda ha vacillato sotto la pressione di piogge incessanti e peronospora, costringendo la cantina a cambiare approccio, come spiega Citran.
Con l’avvicinarsi della fioritura, tra alcune settimane la cantina adotterà così un sistema “misto”: durante la fase più delicata verranno utilizzati prodotti sistemici più resistenti alle intemperie, per poi tornare al biologico per il resto dell’annata. «Dopo l’allegagione, quando i fiori diventeranno piccoli acini, reintrodurremo i trattamenti biologici».
Una scelta sofferta ma necessaria. «Dopo dieci anni con questo metodo ci eravamo affezionati», ammette Ballabio. «Oggi però non basta più a garantire la produzione».
L’ipotesi di aumentare il prezzo delle bottiglie era stata valutata, ma i margini di mercato non lo consentivano.

Perdite di raccolto: la sfida dell’azienda Huber Vini
Anche Jonas Huber, titolare della cantina di Monteggio, ha dovuto affrontare un 2023 estremo, che ha provocato la perdita di circa 10 tonnellate di uva. Alla fine di giugno, forti temporali e piogge abbondanti hanno distrutto metà della produzione, aggravando i danni da peronospora già presenti durante l’invaiatura, quando gli acini cambiano colore e maturano. «Dal 2014 adottavamo un approccio biologico e integrato», spiega Huber. «Il sistema, sviluppato con la Sezione dell’agricoltura, mirava a ottimizzare le pratiche, ridurre i trattamenti chimici e garantire la qualità del Merlot». Ma le piogge di fine giugno hanno messo a dura prova questo approccio. «È stato un anno molto difficile: nel 2024 non avrei potuto permettermi un’annata simile», aggiunge. Per proteggere meglio il raccolto, l’azienda ha deciso, quell’anno, di passare alla coltivazione integrata completa.
I trattamenti, calibrati sul meteo, penetrano in profondità, proteggendo la pianta anche durante le piogge più forti. L’introduzione di un’irroratrice aggiuntiva, inoltre, ha ridotto il tempo di lavoro in vigna da otto a cinque ore, liberando più tempo per le attività in cantina.
Vitigni PIWI e ViSo Ticino: teoria e pratica a confronto
In Ticino, le coltivazioni convenzionali o integrate non seguono ancora pienamente le linee guida della Sezione dell’Agricoltura. Per ridurre la dipendenza dai trattamenti chimici e aumentare la resilienza dei vigneti, è nato il programma ViSo Ticino (2024–2029). Non è pensato per contrastare direttamente il cambiamento climatico, ma mira a introdurre vitigni PIWI – come Solaris e Divico – incroci tra specie europee, americane o asiatiche, più resistenti alla peronospora.
L’applicazione sul campo non è tuttavia immediata e l’efficacia resta incerta. Claudio Widmer e Simone Favini, titolari della cantina Fawino e vincitori nel 2025 del Grand Prix du Vin Suisse con il Merlot Cantastorie, segnalano tempi e costi impegnativi: «Dalla piantagione alla prima vendemmia vinificabile passano circa sette anni, mentre i sussidi coprono solo la coltivazione sperimentale e l’azienda deve sostenere interamente i costi operativi».
Secondo le linee ViSo, i PIWI rappresentano comunque una strategia sostenibile: possono affiancare il Merlot senza interrompere la produzione tradizionale. Widmer avverte però che le sfide del cambiamento climatico odierno – quelle da affrontare nel qui e ora – restano sostanzialmente irrisolte.
Sul mercato la strada è altrettanto in salita. «Il Merlot copre l’80% delle superfici coltivate, circa 850 ettari, e i consumatori ne apprezzano il gusto familiare, fruttato e morbido», spiega Marco Citran. I vitigni PIWI, con profili gustativi differenti, dovranno conquistare gradualmente il palato del pubblico, richiedendo tempo e apertura alla sperimentazione.

Siccità e Merlot: le contromisure della Cantina Fawino
Le estati torride sono ormai la nuova normalità. Siamo nel 2022, a Mendrisio: la cantina Fawino installa sistemi di irrigazione a goccia nei vigneti del Mendrisiotto per proteggere le piante dalla carenza d’acqua, mentre le autorità locali mettono a disposizione vasconi di stoccaggio e motopompe per supportare agricoltori e viticoltori. Secondo MeteoSvizzera, le temperature medie superano di 2,2 °C la media 1991–2020, con punte fino a 37 °C.
Claudio Widmer, docente alla Scuola agraria di Mezzana, ricorda quella situazione critica: «Quell’estate il terreno era così secco da mettere a rischio il raccolto. Il Merlot sopporta bene il caldo, ma senza acqua rischiavamo grosso». Per garantire un apporto costante alle viti, Widmer e Simone Favini hanno installato un impianto di irrigazione a goccia, che consente una gestione precisa del vigneto. «Nel Mendrisiotto non possiamo più farne a meno. In estate domina la siccità, ma possono verificarsi anche grandinate improvvise o acquazzoni così intensi da non penetrare nel terreno, causando ristagni. Poi torna la siccità», spiega Widmer.
Per una coltivazione ottimale servirebbero circa 400 mm di pioggia tra aprile e settembre, distribuiti uniformemente. «Condizione che oggi non si verifica più, quindi abbiamo dovuto adattarci», conclude, sottolineando come la siccità sia ormai una variabile da gestire con la stessa attenzione riservata alle malattie fungine o alle nuove varietà PIWI.
Merlot e mercato in pressing
Il cambiamento climatico ridisegna anche il mercato del vino. L’aumento delle temperature potrebbe spingere gli agricoltori a coltivare Merlot in nuove aree, aumentando la concorrenza per le cantine ticinesi. Uno studio pubblicato su Theoretical and Applied Climatology segnala che il riscaldamento attorno al Lago di Neuchâtel – tradizionalmente vocato al Pinot noir – favorirà varietà termofile come il Merlot, con il rischio di intensificare la competizione tra cantoni.
Per le Cantine Riva Morcôte, questa pressione è già realtà. «Vendiamo molto oltre il Gottardo: il Merlot piace anche agli svizzeri tedeschi», spiega Patrick Ballabio. «Negli ultimi anni le vendite sono però leggermente diminuite e prevediamo di dover competere con sempre più produttori a nord delle Alpi».
A complicare il quadro si aggiunge la pressione internazionale. Nel 2024 la Svizzera ha consumato circa 218 milioni di litri di vino, ma la produzione nazionale si è fermata a 75 milioni, coprendo poco più di un terzo della domanda. Le importazioni da Italia, Francia e Spagna hanno colmato il divario, mentre le esportazioni di vino svizzero sono rimaste marginali (1–2%). «I commercianti esteri sono aumentati, rendendo difficile la vita alle cantine medie come la nostra», continua Ballabio. «Vendiamo circa ventimila bottiglie di Merlot all’anno, ma gareggiamo con colossi europei».

Il prezzo della resilienza
La viticoltura ticinese resta quindi costantemente sotto pressione, tra concorrenza internazionale e sfide climatiche. Huber nota però che il clima locale continua a favorire il Merlot: «Con inverni più piovosi ed estati più secche, questo vino si trova a suo agio e può reggere ancora a lungo». Sul mestiere, però, è più critico: «Il lavoro del viticoltore diventa sempre più impegnativo. La dipendenza dal meteo complica la gestione aziendale». Patrick Ballabio conferma le difficoltà del settore: «Negli ultimi anni alcune cantine ticinesi hanno chiuso, non riuscendo più a sostenere l’attività». Per Claudio Widmer, la sfida principale resta l’incertezza: «Oggi si lavora quasi a vista, stagione per stagione, con molte incognite». Nonostante tutto, resta uno spiraglio di fiducia: «Il Merlot e la viticoltura continueranno a esistere, pur tra nuove sfide».
Il futuro del settore dipenderà quindi dalla capacità delle aziende di adattarsi: la resilienza non è più un valore aggiunto, ma una condizione indispensabile per garantire la continuità del Merlot e del mestiere del viticoltore.
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